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COLLINE HANNO GLI OCCHI (LE) - recensione

Titolo: COLLINE HANNO GLI OCCHI (LE)
Titolo originale: Hills Have Eyes (The)
Regia: Alexander Aja
Interpreti: Aaron Stanford, Kathleen Quinlan, Vinessa Shaw, Emilie de Ravin, Dan Byrd, Tom Bower, Billy Drago, Robert Joy
Anno: 2006

Un onesto splatterone che trasuda sporcizia ed efferatezze ben lontane dalla patina politically correct di certi pseudo-slasher odierni, troppo finti per essere presi sul serio. Remake dell'omonimo di Craven del 1977.

 

Quello dei remake è diventato un mercato fiorente per la macchina dei sogni hollywoodiana. Sarà che la riscoperta del cinema di genere dei tempi che furono sembra favorire una certa affluenza di pubblico nelle sale dove proiettano prodotti di questo tipo; o forse ha ragione chi maligna che di fronte alla carenza d'idee non c'è niente di meglio che ricorrere a formule già collaudate, nella speranza di vendere più biglietti.

Fatto sta che oramai i rifacimenti di vecchi classici non si contano più nel cinema a stelle e strisce; e con la graduale riscoperta dell'horror da parte degli spettatori era inevitabile che il cinema di paura anni '70 venisse saccheggiato dagli attuali registi e produttori.

L'han fatto con Zombi e Non Aprite Quella Porta, poteva mancare all'appello quel classico del blood & gore che è stato Le Colline Hanno Gli Occhi, di Wes Craven? Stavolta al timone c'è Alexandre Aja, regista rivelatosi agli aficionados con quel piccolo gioiello slasher che è Alta Tensione; scelta quantomai azzeccata, perché pur tradendo i limiti del lavoro su commissione la regia del nuovo LE COLLINE HANNO GLI OCCHI non fa rimpiangere il prototipo.

Mantenendosi abbastanza fedele al modello ispiratore, sia per quanto riguarda i personaggi che per determinate situazioni, Aja insiste con le atmosfere torbide e le perversioni, arrivando a superare in ribrezzo perfino la pellicola di Craven (se nel ‘77 v'ha fatto schifo vedere il pappagallino decapitato a morsi, sappiate che qui c'è molto di più… ); e abbandonando i toni marcatamente ironici a suo tempo adottati dal vecchio Wes, cerca di dare maggior consistenza psicologica ai suoi personaggi.

Se il giovanotto che nel film di Craven si batteva per salvare la sua figlioletta neonata dai sadici freaks incarnava il macho sicuro di sé, qui invece diventa un giovane venditore di contratti telefonici insicuro, nevrotico, in perenne conflitto con il suocero fascistoide e divorato dai sensi di colpa quando sbircia le curve della giovanissima cognata.

E se il suo convertirsi all'uso della violenza in nome della sopravvivenza sembrerebbe oscillare pericolosamente verso una filosofia destrorsa (gli altri membri della famiglia sono dei fanatici delle armi da fuoco, e lo deridono per i suoi moralismi da elettore del partito democratico), a fugare ogni dubbio sui veri sentimenti della sceneggiatura provvede l'insistenza sulla minaccia nucleare e l'uso indiscriminato delle armi di distruzione di massa (stavolta i deformi assassini che si annidano nel deserto sono dei mutanti il cui DNA è stato irrimediabilmente devastato dalle radiazioni atomiche ).

I protagonisti acquistano insomma più spessore e sono ben lontani dal ritratto caricaturale della famigliola borghese da spot pubblicitario che ci aveva regalato Craven. Svanisce in questo remake anche il parallelismo tracciato fra le due famiglie, quella degli aggrediti e quella degli aggressori (che nel film del '77 erano una fotografia degenerata del modello borghese, con tanto di padre autoritario e figliola ribelle che continua a scappare di casa).

Qui il clan depravato e cannibale è composto da disadattati che vedono gli stranieri come invasori, come una minaccia al loro stile di vita (in uno dei momenti più forti uno di loro accusa il giovane neo-papà di essere parzialmente responsabile per il disastro causato dalle esplosioni atomiche nel deserto, proprio nei pressi di una comunità di minatori cui la loro famiglia d'origine apparteneva).

Più vicini ai burini stupratori di Deliverance che ai macellai psicotici di Non Aprite Quella Porta insomma; e la loro stessa esistenza è uno scheletro nell'armadio di quell'America che si ammanta di ideali e patriottismo, ma che con la sua filosofia belligerante non ha certo contribuito a costruire un mondo migliore.



scritto da: Corrado Artale


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