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GHOST SON - recensione

Titolo: GHOST SON
Titolo originale: Ghost Son
Regia: Lamberto Bava
Interpreti: Coralina Cataldi Tassoni, Laura Harring, John Hannah, Pete Postlethwaite, Mosa Kaiser, Laura Susanne Ruedeberg, Vanessa Cooke
Anno: 2006

La regia di Bava è brillante e vicina ad un tipo di cinema internazionale, fatto di carrellate e panoramiche da grande kolossal hollywoodiano. Gli attori danno il meglio di loro così come il reparto effetti speciali che, senza insistere in dettagli raccapriccianti, riescono però a essere realistici (in particolar modo per ciò che riguarda le morti e il bambino "indemoniato"). Se alcune sequenze sanno di deja vu, lo stesso non si può dire di una storia che ha la delicatezza di una fiaba crudele.  E Bava, lo sappiamo bene, con le fiabe è un novello Grimm.

 

GHOST SON è un film non facile che affronta temi delicati, ma lo fa con l'animo del poeta guerriero, lanciandosi con efficacia verso territori impervi e difficili da raccontare, riuscendo a ricreare nuove dimensioni di narrazione cinematografica. In questo si potrebbe dire che il film di Lamberto Bava è "oltre". Oltre le concezioni di horror nel panorama italico, oltre il cinema prettamente commerciale, oltre la filmografia di un regista. Riesce a essere davvero all'avanguardia, cibandosi delle sensazioni provate dagli spettatori per restare in attesa di essere digerito, compreso, assimilato del tutto.

GHOST SON è un proseguo di Schock di Mario Bava: affronta gli stessi temi, con la stessa inimitabile delicatezza.  Si ha l'impressione di un tocco d'autore trasmesso da padre a figlio: la storia di un amore paterno che si ripete nella realtà (non cinematografica). Già lo scenario africano è sintomo di originalità, ma ad accrescere il valore dell'opera è anche una sceneggiatura molta attenta al punto di vista femminile.

 

Quello che lega i due coniugi è l'amore, un sentimento che trova la sua ragion d'essere in un figlio che dovrebbe significare l'unione eterna di una coppia, anche se i fatti dimostreranno l'opposto...
GHOST SON dice e non dice, crea terrore con pochi espedienti, ma lo fa in grande stile.

 

Odio e invidia verso il genitore si sostituiscono all'amore, delineando un trattato psicologico ambiguo ma mai banale. Come in Schock il bimbo diventa strumento della vendetta di un padre, con tutte le peggiori conseguenze che questo comporta.Esemplare è la scena della doccia, dove il neonato palpa la madre. Impressionante è anche il sanguinoso morso al capezzolo.

Un Lamberto Bava inaspettato, delicato e diverso. Una piacevole sorpresa che nessuno si aspettava.



scritto da: Andrea Lanza


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