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PENSIONE PAURA - recensione

Titolo: PENSIONE PAURA
Titolo originale: Pensione Paura
Regia: Francesco Barilli
Interpreti: Luc Merenda, Eleonora Fani, Francisco Rabal, Jole Fierro, Lidia Biondi, Wolfango Soldati, Maximo Valverde
Anno: 1978

Francesco Barilli (già autore del notevole Il Profumo Della Signora In Nero) racconta in chiave crepuscolare la fine della guerra in una misera pensioncina, che segna anche il trapasso di un certo tipo di società. Atmosfere torbide e ritmo trasognato danno lustro a questo film sostanzialmente incentrato sugli attori.

 

Durante la fine del secondo conflitto mondiale, la Pensione Delle Sirene offre riparo a un assortito campionario di bassissima umanità: una vecchia borghese decaduta che si porta appresso Rodolfo, il suo giovane mantenuto (i cui reali scopi sono ben diversi dall’alleviarle il peso della solitudine e degli anni), un laido personaggio i cui familiari sono rimasti sepolti nella loro abitazione, una coppia di volgarissimi fascisti con due prostitute (ancor più grezze e villane) prese in prestito da un bordello locale, un cameriere perennemente ubriaco e scansafatiche e, infine, una coppia di delinquenti lì convenuti per concludere un losco affare con il pessimo Rodolfo.

 

Marta, il cui marito è partito per combattere e non sembra destinato a ritornare, gestisce la locanda insieme alla giovane figlia Rosa che tutti, più o meno segretamente, cercano di portarsi a letto. Alla morte della madre, la giovane si ritrova a dover gestire la pensione e a fornire rifugio a un traditore che deve tenersi nascosto da tutti. Uno stupro compiuto ai danni di Rosa da parte di Rodolfo e dalla sua donna, farà sfociare il dramma in tragedia.

 

Barilli ritrae con grande raffinatezza una società in completo sfacelo, attraverso i filtri del dramma gotico decadente e delle atmosfere torbide dell' horror rurale, da La Casa Dalle Finestre Che Ridono di Pupi Avati fino a Quel Motel Vicino Alla Palude di Tobe Hooper (da cui è ispirato per rappresentare il nido di serpi che anima la vicenda). Il risultato non è certo perfetto, ma va ben al di là di quanto sia lecito attendersi, grazie all’atmosferica fotografia di Gualtiero Manozzi e all’eccellente decor di Vincenzo Dazzi. L’aspetto più sorprendente è il valido apporto portato da un cast scelto in maniera perfetta e particolarmente ispirato: dall’aspetto lolitesco (malgrado le 24 primavere) e sensualissimo di Leonora Fani al tormentato e vigliacco Francisco Rabal, fino alla lussuriosa e decadente (bravissima) Jole Fierro.

 

Su tutti domina però un incredibile Luc Merenda, che tolti i panni del commissario ammazzasette dei suoi film polizieschi, indossa quelli complessi di un personaggio semplicemente disgustoso e viscido, con la naturalezza del più consumato attore di prima grandezza, dando corpo a una prova difficilmente dimenticabile.



scritto da: Michael Wotruba


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