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EDEN LAKE - recensione

Titolo: EDEN LAKE
Titolo originale: Eden Lake
Regia: James Watkins
Interpreti: Kelly Reilly, Michael Fassbender, Tara Ellis, Jack O'Connell, Finn Atkins, Jumayn Hunter
Anno: 2008

Un nuovo tranquillo weekend di paura: immersi in un idilliaco scenario naturale, la ricerca della pace si trasforma in una disperata fuga da adolescenti psicopatici. James Watkins aggiorna con successo le tematiche di John Boorman in un contesto sociale più attuale, in una pellicola senza orpelli e di buona efficacia.

 

´╗┐Entrati in contrasto con un gruppetto di ragazzini teppisti, una coppia insiste nel voler trascorrere il proprio weekend perfetto sulle rive di un lago, ma mal gliene incoglie: infatti, poche ore basteranno loro per entrare in conflitto con i ragazzacci, guidati da un autentico psicopatico omicida. Vengono così braccati nei vasti boschi circostanti e, una volta catturati, proveranno la tortura sulla loro pelle. La donna riesce in qualche modo a scamparla, ma solo per finire dalla padella nella brace...

 

Esordio alla regia di uno sceneggiatore (My Little Eye di Marc Evans), che dirige con grande senso drammatico e tensione un suo ottimo “script”, dove ogni personaggio risulta credibile e i dialoghi appaiono azzeccati e verosimili. EDEN LAKE ha il grande vantaggio di poter disporre di spettacolari “location” naturali, che si contrappongono apertamente al degrado sociale e familiare che riveste i personaggi e la vicenda, offrendo un ulteriore motivo di malessere allo spettatore.

 

I due protagonisti, Kelly Reilly (Sherlock Holmes, di Guy Ritchie) e Michael Fassbender (Bastardi Senza Gloria, di Quentin Tarantino) forniscono delle buone prove, ma a dominare il gruppo è senz’altro la presenza di Jack O’Connell, che fa del suo capo branco un’icona che travalica i limiti dello schermo e penetra profondamente nell’animo dello spettatore, costringendolo a un confronto costante e arduo con sé stesso e con la decadente realtà urbana che lo circonda.

 

Sfruttando nei giusti limiti gli effetti splatter, avvalendosi di un ottimo montaggio curato da Jon Harris (The Descent 2) e con le atmosferiche composizioni di David Julyan, Watkins costruisce un gran bell’esordio che soffre solo di una pecca (sostanziale, visto che costituisce il punto cruciale della storia che viene raccontata), che riguarda la permanenza in quei luoghi della coppia cittadina: viste le premesse, non avrebbe avuto più senso lasciar perdere e andare a cercarsi un posto più accogliente? A conti fatti, la scelta di non voler recedere dal loro iniziale intento è condivisibile fino a un certo punto, ma alla lunga non li rende poi molto più intelligenti (e quindi nemmeno più identificabili da parte del pubblico) dei ragazzini con cui si scontrano.

 

In ogni caso merita una visione, a patto che ci si dimentichi della grossa contraddizione di cui sopra...



scritto da: Michael Wotruba


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