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A CLASSIC HORROR STORY - recensione

Titolo: A CLASSIC HORROR STORY
Titolo originale: A Classic Horror Story
Regia: Roberto De Feo, Paolo Strippoli
Interpreti: Matilda Anna Ingrid Lutz, Francesco Russo, Peppino Mazzotta
Anno: 2021

Il fantastico italiano, tour court la narrativa di genere, ha sempre riscontrato una certa difficoltà a omologarsi ai gusti del pubblico italiano mainstream e perfino a intercettare gli interessi di coloro che facevano parte delle nicchie di riferimento.

Nel 2020 approdò sugli scaffali delle librerie un romanzo edito da Sonzogno e scritto da Tiziana Triana, ovvero Luna Nera. La qualità del testo è sotto qualsiasi standard editoriale, per non parlare di strafalcioni storici, revisionisti e ideologici. Purtroppo riscosse una parvenza di successo popolare cavalcando un femminismo “fantasy” grazie all'uso delle figure delle streghe, i recensori online incensarono il libro come un capolavoro che rende giustizia alle donne (Cfr. Huffington Post). Il successo si concretizzò con la realizzazione da parte di Netflix di una serie TV. I social parlarono a lungo di questo prodotto, ovviamente malissimo. Un cast assolutamente raffazzonato e impreparato, dialoghi scritti da aspiranti sceneggiatori senza esperienza, una trama young adult friendly con tristi evoluzioni sentimentali costruite alla peggio hanno messo gli ultimi chiodi alla bara del cinema di genere.

Tale affermazione è iperbolica, ma dall'anno scorso a oggi poche pellicole si sono distinte o hanno arginato i propri bacini di appassionati. Tant'è che si va a pensare che il patrimonio mitopoietico italiano, localistico e periferico sia qualcosa che non ci appartiene. Una accozzaglia di elementi ormai sedimentati sulle vetuste passioni grottesche di un'Italia Lunare (cfr. Fabio Camilletti), un mondo in prospettiva, un'Italia tetra così lontana per il pubblico contemporaneo. E sì, Luna Nera col suo trash ha davvero sfiduciato una marea di lettori e spettatori riguardo allo storytelling immaginifico nato da artisti italiani.

 

 

E poi arriva A Classic Horror Story, un film che si aspettava con hype e un po' di ansia da prestazione. Di nuovo un prodotto italiano di genere in campo globale, dove se la giocano soprattutto i titoli anglofoni. Concorrenza spietata. Eppure già dai fotogrammi iniziali si respira un'aria internazionale, si percepisce già dalla perfetta fotografia che sono state investite parecchie risorse per dare risalto alla pellicola. Questo non è un film per italiani fatto da italiani, con le asettiche e acerbe iconografie ed estetiche strappate a una fiction RAI della domenica mattina. A Classic Horror Story è un film fatto da italiani ma per tutti, e per questa ragione usa stratagemmi e potenzialità che sembrano essere una prerogativa del mondo estero. Soltanto da questa istanza sceneggiatori e registi dichiarano i loro intenti, ovvero (ri)educare il pubblico italiano ai prodotti nazionali e ridimensionare l'esterofilia.

 

 

Il cast interagisce benissimo, i loro dialoghi non sono ridicoli fraseggi calcolati al millimetro su uno script ma trasudano un'affinità comunicativa non da poco. Bastano poche riprese per catalogare il campionario umano presente. Il nerd sfigato delle periferie meridionali, fuori forma e con la parlantina urticante ma dal cuore d'oro, la coppia di fidanzatini giramondo che sono un pugno in un occhio per qualsiasi viaggiatore single come il nostro burbero medico, o la silenziosa quanto bella studentessa in fuga dalle responsabilità della vita. Questi sbandati sono riuniti dentro un camper e cercano di raggiungere il Sud Italia, sono degli sconosciuti legati insieme dal destino di una potente divinità tecnocratica: il carpooling. La trama poi si snoda attraverso citazioni, tributi, richiami, istanze iconologiche a vecchi capolavori del cinema horror e attraverso le micro-risoluzioni di questi topoi/cliché la storia va avanti.

I nostri viaggiatori hanno un incidente durante la notte e il mattino dopo si risvegliano in una radura circondati da alberi e al centro di questa oasi verde c'è una casa dalle forme inquietanti e che trasuda un color cremisi. Non spetta certo a me dirvi quali sono i meccanismi stereotipanti di questa situazione, perciò accompagno i protagonisti nelle trame del bosco dove incontrano teste di maiale irrorate di sangue e fantocci di arbusti a dir poco inquietanti. E poi c'è una sirena, la notte si tinge di rosso e l'orrore pervade ogni anfratto dell'interiorità umana. Attraverso un isterismo collettivo i nostri viaggiatori on the road si rinchiudono nella casetta degli orrori, di certo non il migliore dei nascondigli, ma quando mai in un horror esistono degli strateghi? Comunque pian piano scopriamo che al di là del velo del mistero c'è ben oltre, la patina dell'irreale, di un realismo anomalo e oscuro o semplicemente del fantastico.

 

 

E così Netflix non solo propone horror italiano ma lo fa nella sua declinazione più personale e atavica, il folk horror. L'orrore popolare finalmente esce dal suo loculo dimenticato in qualche ossario e si riconquista una centralità, riporta all'attenzione di tutti i miti e le paure delle terre povere, di quelle periferie desolate e lontane da qualsiasi metropoli, c'è modo di cantare un inno nero alla ruralità.

A Classic Horror Story arriva sugli schermi in un momento propizio, infatti Odoya ha di recente pubblicato un tomo saggistico, L'almanacco dell'orrore popolare (a cura di F. Camilletti e F. Foni), e finalmente si ha un tentativo (non volutamente esaustivo) di codificazione del repertorio narratologico, tradizionale, orale e popolare dell'immaginario oscuro italiano. Il mistero limbico ci viene proposto attraverso archetipi mitici e misterici, il weird è evanescente ma si insinua a tradimento nel substrato razionale dei protagonisti. Un tentativo destablizzante del reale contro le anomalie della dis-ragione. Con una miscela fiabesca popolare e weird il film manipola il substrato tradizionale delle terre del sud per presentarci creature inumane che stanno per massacrare i protagonisti. Inutile andare oltre, il film stesso è uno stuntman del travestimento, le maschere dei nemici sono maschere di narrazione. Maschere di morte, di divinità dismorfiche che avanzano all'ombra di chiaroscuri di sangue.

 

 

Ma il film diretto da Roberto de Feo e Paolo Strippoli non è “solo” un film sul fantastico dark della nostra penisola. Molti si sono confusi, A Classic Horror Story non è un tributo ai capolavori del passato, non è un gioco di citazioni ma un meccanismo combinatorio che incentiva il proprio storytelling non con la proposizione degli stereotipi horror ma con la demolizione dei cliché che diventano in tal senso strumenti narrativi. Nel farlo sceneggiatori e registi hanno lavorato di fino attraverso un gioco ergodico e di mix-up. Uno slasher a tinte jumpscare, una pellicola metafisica sugli abissi dell'ignoto, una casa stregata nel bosco, sacrifici umani, uomini di paglia. Contaminazioni che si contaminano come se i fotogrammi fossero inzuppati nel calderone alchemico della quarta parete.

Sì, il film diventa sperimentale, pulp, metanarrativo, beffardo e ignavo e deride un pubblico italiano esigente con i prodotti nostrani ma fazioso e pigro verso la qualità discutibile di altri prodotti internazionali; soprattutto gli esperti di cinema che sanno riconoscere tutte le citazioni ma che non sanno codificare il repertorio in un intento artistico vengono etichettati e forse inseriti in un carnevale di derisione.

 

 

Ho letto recensioni imbarazzanti di questo film, firmate da sedicenti esperti di cinema. A Classic Horror Story non è un film horror che scimmiotta le pellicole della paura, ma è il film in cui l'assassino e la vittima sono coincidenti: la stessa cosa. Ovvero l'arte del Racconto.

Spero vivamente che sia la pietra miliare non di un generazione di capolavori, bensì di una riacquisizione del senso prospettico dell'arte cinematografica. Torniamo a puntare gli occhi verso il nostro cielo, e verso i nostri inferni. Non abbiamo bisogno di nient'altro che delle nostre paure.



scritto da: Cristiano Saccoccia


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