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HIS HOUSE - recensione

Titolo: HIS HOUSE
Titolo originale: His House
Regia: Remi Weekes
Interpreti: Sope Dirisu, Wunmi Mosaku, Javier Botet
Anno: 2020

Una giovane coppia ha da poco lasciato il Sudan. Sfuggendo fortunosamente alle violenze dei militari, Rial e Bol si sono imbarcati e hanno attraversato il mare: un viaggio da incubo che termina in Gran Bretagna. Qui visto il loro status di rifugiati ricevono un appartamento e un sussidio.

Lieto fine? Nemmeno per sogno.

 


Sono entrambi disorientati: il luogo che dovrebbe accoglierli li tratta con estrema freddezza (molti li guardano con disprezzo, come se nemmeno fossero umani), loro stentano a capire le nuove coordinate, ad ambientarsi. 
Sono soli. Se avessero delle necessità, dei problemi, a chi potrebbero rivolgersi? Non certo ai funzionari inglesi che hanno dato loro una casa e 64 sterline a settimana (con divieto di lavorare o integrare il reddito in altri modi) ma che soprattutto non vogliono problemi, si aspettano gratitudine, sorrisi, condiscendenza. Decidono del destino dei profughi mentre addentano una merendina. Li fanno salire su un pulmann senza dire dove li porteranno. Nemmeno rispondono alle domande. 

 


Rial e Bol lo capiscono subito: davanti a questa gente non possono avere normali reazioni emotive. In qualsiasi momento possono essere rispediti in Africa; tornare laggiù sarebbe la fine. Decidono di tenere tutto dentro. I ricordi traumatici. Lo squallore del presente. La paura per il futuro.

È la situazione perfetta in cui può prendere campo la paranoia.

 


“Dopo quello che abbiamo sofferto... Dopo che abbiamo visto cosa può fare un uomo, credi che siano dei rumori nella notte a spaventarmi?”

 


Sì, se quelli non sono dei semplici rumori. Se sono collegati alle tradizioni del paese da cui Rial e Bol provengono, al loro passato, alla loro storia.

Sì, se c'è di mezzo un demone.

Cosa potrebbero fare, infatti, se la loro nuova casa si rivelasse infestata? Una coppia normale  cambierebbe appartamento; a loro due questa possibilità è preclusa. Sono in trappola.

 


His House è un film che vuole essere visto con la giusta attenzione. Senza pregiudizi. Senza fretta.

E il suo maggior pregio non è nemmeno quello di essere un film a modo suo "impegnato". Certo: poche altre pellicole offrono un così credibile punto di vista interno sul tema del fenomeno migratorio. Ma si tratta, soprattutto, di un film che sa stupire. Sia nella realizzazione tecnica delle scene che a livello di trama.

Remi Weekes al suo esordio si dimostra già un Autore con la A maiuscola. Nonostante il budget non altissimo a sua disposizione non si accontenta di proporci un lavoretto semplice e convenzionale: adotta soluzioni che spesso stupiscono per la loro originalità e l'efficacia. (Non sono il solo ad averlo notato: su Youtube trovate un'intervista in cui spiega come e perché ha realizzato una certa scena. Se non temete spoiler, è qui). Ci offre spettacolari scene oniriche e visioni che ci resteranno in mente anche a pellicola terminata. Ci tiene col fiato sospeso fino alla fine. Ci sono pochi momenti di bonaccia, in realtà, ma questo è appunto un film che richiede pazienza, non un semplice prodotto di consumo, uno snack da scartare e gettare al primo morso. 

Non a caso His House, presentato al Sundance Film Festival 2020, è stato distribuito a livello globale da Netflix una settimana prima della sua anteprima.  Non a caso ha ricevuto 16 (!) candidature agli ultimi British independent Film Awards.

 

 

Fidatevi.

 



scritto da: Andrea Berneschi


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