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IO VENIA PIEN D'ANGOSCIA A RIMIRARTI - recensione

Titolo: IO VENIA PIEN D'ANGOSCIA A RIMIRARTI
Titolo originale: Io venìa pien d'angoscia a rimirarti
Regia: Michele Mari
Interpreti:
Anno: 1990

Recanati, 1813. Siamo nella periferia dello Stato Pontificio, l'anno è quello che precede il Congresso di Vienna; in casa Leopardi si respira una brutta aria, densa di clericalismo e chiusura mentale. Per sfuggire alla noia  il giovane conte Orazio tiene un diario nel quale registra gli avvenimenti che giorno dopo giorno avvengono nel palazzo nobiliare in cui vive con la famiglia: le sfuriate della mamma, i dibattiti eruditi incoraggiati dal padre Monaldo, i giochi con Paolina e l'altro fratello, Tardegardo Giacomo, capace di portare col suo anticonformismo un guizzo di intelligenza e di ironia nelle stanze del paterno ostello. 

 

 

Orazio nota che il fratello, già avviato verso una promettente carriera letteraria, inizia a comportarsi in modo sempre più strano. È vero che passa la maggior parte delle sue giornate tra i volumi della biblioteca paterna, impegnato a scrivere un Saggio sugli errori popolari degli antichi, ma  a volte appare invaso da una strana inquietudine, persino da una certa agitazione psicomotoria che lo obbliga a sgranchirsi le membra in affannati esercizi ginnici; questo si verifica maggiormente in coincidenza con le fasi di luna piena. Nella campagna marchigiana, nel frattempo, viene avvistato un lupo di grandi dimensioni che fa strage di pecore ed esseri umani, arrivando a uccidere anche il promesso sposo di una certa Teresa Fattorini, che passerà alla storia della letteratura col nome di Silvia. 

 


Se pensiamo alla quantità di scritti che il poeta recanatese ha dedicato alla luna (oltre ad alcuni brani del Saggio sopra citato, ricordiamo almeno Cantico notturno di un pastore errante dell'AsiaAlla luna, Dialogo della terra e della luna), alla quantità di paesaggi notturni descritti nelle sue opere, alle riflessioni sugli animali (felici, perché non conoscono la noia e la morte) o sulle popolazioni primitive (felici perché vivono a stretto contatto con la natura) e persino a certe sue frasi misteriose (“Immortalità selvaggia”, che compare negli Esercizi di memoria, poi ripresa da Volponi nel suo Il pianeta irritabile), non sembrerà poi molto strano vederlo nei panni in un lupo mannaro. Che si tratti del poeta italiano più “lunare” non ci sono dubbi, persino l'Edizione Einaudi dei Canti ha in copertina una luna piena.

 


Io venìa pien d'angoscia a rimirarti è uno dei migliori romanzi fantastici italiani che io abbia letto, e non solo per la geniale idea che sta alla sua base, ma soprattutto per i modi in cui viene sviluppata. Michele Mari evita  ogni caduta nel weird facile e fine a se stesso o nella parodia, mette invece al centro della sua opera il mistero, lavorando per sottrazioni e allusioni. Il testo è infestato da un'idea, che meno viene esplicitata dall'autore più è percepibile, non diversamente che in L'incubo di Hill House della Jackson o, per uscire dal genere fantastico, nei racconti di Pavese. È veramente un licantropo, Giacomo, o lo agita solo la smania di fuggire dall'ambiente bigotto e repressivo in cui è nato? Può davvero trasformare il suo corpo in quello di un lupo sanguinario o è venuto a contatto,  affacciandosi all'abisso della propria interiorità, con una parte della sua mente primitiva, selvaggia, da Mr. Hyde?

 

Tra gli altri pregi del romanzo ci sono quello di restituirci un Leopardi vivo e tridimensionale, lontano dal bignami che a volte purtroppo ne fa la scuola (trent'anni prima del film Il giovane favoloso, perché la prima edizione è del 1990), di contenere un catalogo forse completo di tutti gli avvistamenti licantropici della letteratura antica e moderna (da Omero, a Virgilio, a Petronio, ai manuali degli inquisitori, etc.) e infine c'è la lingua, mimesi perfetta dell'italiano ottocentesco ma pienamente comprensibile a chi abbia un minimo di dimestichezza coi libri.

 

 

La figura dell'uomo lupo è stata spesso rappresentata nel cinema e nella letteratura con risultati qualitativamente inferiori a quelli di altri esseri sovrannaturali (vampiri, streghe, zombie, fantasmi); leggendo questo libro viene da pensare che il problema sia soprattutto di prospettiva, e che nuove potenzialità siano pronte ad attivarsi se un autore ha il coraggio di rischiare. Chi l'ha detto, per esempio, che il licantropo sia di per sé meno aristocratico del vampiro, e vada rappresentato puntando sullo splatter e sull'efferatezza? Il racconto del lupo mannaro di Landolfi (che non a caso sembra essere una delle figure di riferimento di Mari), per esempio, è un capolavoro di stile ed eleganza licantropica.

 

 

Ma forse il miglior complimento che si può fare all'autore è che, se lo stesso Leopardi potesse leggere questo romanzo (da poco ristampato da Einaudi), probabilmente si riconoscerebbe in pieno nel suo personaggio. E si divertirebbe tantissimo.



scritto da: Andrea Berneschi


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