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MAD MAX: FURY ROAD - recensione

Titolo: MAD MAX: FURY ROAD
Titolo originale: Mad Max: Fury Road
Regia: George Miller
Interpreti: Tom Hardy; Charlize Theron, Nicholas Hoult, Hugh Keays-Byrne, Josh Helman, Nathan Jones, Megan Gale
Anno: 2015

George Miller torna dopo trent’anni al personaggio e allo scenario che l’hanno reso famoso e ci regala un capolavoro assoluto del cinema di genere (e forse, non solo di quello).  


Siamo lontani anni luce dai soliti remake, dai blockbuster che per fare cassa abbassano il livello di complessità e rimuovono ogni elemento che possa intaccare la serenità dello spettatore.  Miller sembra fare (probabilmente divertendosi tantissimo) il contrario di quanto il mercato chiede:  alza continuamente l’asticella, e riesce a creare un film che è cult già da quando ne viene diffuso il trailer.  Scordatevi il remake de La Casa, i Transformers, i nuovi pianeti delle scimmie e pure gli Avengers.  Per il coraggio delle scelte registiche e per quello che viene messo in scena siamo in un territorio più vicino a pellicole come El topo, Tetsuo, Alien, e forse, perché no, anche all’Herzog di Aguirre, furore di Dio.  


Difficile stabilire di che genere sia Mad Max: Fury road,  e se sia solo un film “di genere”.  È una macchina potente, sporca e truccata costruita assemblando pezzi diversi ed eterogenei:   in larga parte western, in parte sci-fi, sicuramente horror, ma anche film d’avanguardia e tragedia shakespeariana (dal punto di vista di Immortan Joe, il potente vecchio alla disperata ricerca di un erede).  


Sbaglia chi (come Mereghetti) dice che si tratta solo di un videogame fracassone.  È vero che la trama è abbastanza esile (come è stato detto da molti, è un'unica lunga scena di inseguimento), ma i personaggi, i dialoghi, la suspense, niente di tutto questo è piatto e insapore.  Più che la storia raccontata conta il “mondo” che viene costruito scena dopo scena.  Il regista, che ha immaginato il  dopobomba con la precisione e la profondità di un reportage etnologico, non ha bisogno di spiegare tutto.  Sarà lo spettatore (se è ancora capace di un approccio attivo alle pellicole cinematografiche, dopo anni in cui è stato imboccato a dovere) a dover capire da solo i folli meccanismi sociali ed economici della Wasteland.


Da notare l’uso di alcune riprese a velocità accelerata, che danno alle scene più violente una cadenza da comica, e contribuiscono a farci sentire in un mondo in cui i concetti di dignità è di tragedia sono molto diversi dai nostri.  Limitatissimo l’uso della CG;  tutti gli stuntman meriterebbero subito un monumento e un posto nel Valhalla.


Si esce dalla visione di questa pellicola abbastanza turbati, perché forse le immagini che abbiamo visto rappresentano davvero il futuro che ci aspetta.  Una Terra in rovina, nella quale dovremo sentirci fortunati se abbiamo a disposizione abbastanza acqua, sangue, carburante.  Saranno questi tre liquidi a rappresentare l’unica vera ricchezza.  Perché ci si potrà comprare il bene più prezioso di tutti:  la salute.  Allo stesso tempo c’è anche motivo per sentirci cautamente ottimisti, se si pensa che la maggior parte degli spettatori starà (almeno emotivamente) dalla parte di chi salva pochi preziosi semi nel deserto, e apprezzerà il messaggio ecologico del film (per niente buonista, anzi) e persino la sua critica radicale verso il capitalismo esasperato.  Oltre a essere un padre autoritario ("E' mio figlio! Mia proprietà!"), un maschilista, un militare e un teocrate, Immortan Joe è infatti un neoliberista (vogliamo parlare dell’Acqua-cola e di uomini e donne ridotti a oggetti?)


Il punk (steam-, cyber-, splatter- che sia) è ancora vivo e lotta con noi! 

 

Aspettiamo con angoscia e struggimento i seguiti preannunciati.



scritto da: ANDREA BERNESCHI


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