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GODZILLA - recensione

Titolo: GODZILLA
Titolo originale: Godzilla
Regia: Gareth Edwards
Interpreti: Aaron Taylor-Johnson, Byan Cranston, Ken Watanabe, Elizabeth Olsen, Sally Hawkins, Juliette Binoche
Anno: 2014

Nella preistoria il nostro pianeta non era abitato solo dai dinosauri che conosciamo; esistevano anche esseri molto più grandi, chiamati M.U.T.O. (Massive Unidentified Terrestrial Organism), che si nutrivano di radiazioni. Quando la radioattività diminuì, questi organismi si rifugiarono nelle viscere della terra o sul fondo degli oceani. Alcuni di loro sono ancora vivi: i test nucleari effettuati nel 1954 dagli americani nell’Oceano Pacifico altro non erano che tentativi (rivelatisi vani) di distruggere una gigantesca creatura anfibia chiamata Godzillasaurus.

 

Gli spettatori che si accingono a giudicare il nuovo Godzilla firmato Gareth Edwards (Monsters), siano fan dell’ultim’ora o horromaniaci con il pelo sullo stomaco, dovrebbero per un attimo fermarsi a riflettere, e chiedersi: cosa volevano in realtà da questo film? Oltre ai loro desideri, cosa ci si poteva legittimamente aspettare? Solo dopo essersi posti queste due fondamentali domande si può procedere a dare un giudizio sull’operato del regista.

 

Chi è in cerca di qualcosa di completamente rivoluzionario è deluso fin dalle prime inquadrature. I paletti dell’industria cinematografica sono così ben piantati che nemmeno un iperlucertolone preistorico ormai li può scardinare. Siamo pronti a una serie di cliché immancabili, che infatti arrivano: il buon soldato coraggioso, l’infermiera amorevole, lo scienziato ossessionato dai suoi fantasmi, il giapponese che fa il giapponese. Ma giudicare il film solo per questo sarebbe sbagliato quanto accusare Plauto di avere usato nelle sue commedie personaggi stereotipati. Se non si può sfuggire a una struttura già data, conta il modo in cui ci si muove al suo interno, il modo in cui la si gestisce.

 

Edwards ha dimostrato un coraggio non indifferente ad affrontare il reboot di un classico del cinema del livello di Godzilla (specialmente dopo il flop di Emmerich), e l’intelligenza di usare idee che funzionano. Il mostro viene preso sul serio, e torna a essere la personificazione della distruzione, delle grandi forze della natura che se risvegliate incautamente possono farci “tornare all’età della pietra”. Quali sono queste forze? Nato originariamente per incarnare la paura di un attacco atomico, il super-rettile si presta bene anche a ricordare l’11 Settembre, lo tsunami, i disastri nucleari di Chernobyl e Fukushima. Godzilla rappresenta tutto questo e molto di più (a livello di immaginario collettivo non conta tanto il referente storico, quanto il significato emotivo che lo accompagna). Il mostro creato da Honda conferma a distanza di sessant’anni la sua vitalità di icona, e anche la sua ambivalenza: da una parte simbolo della natura distruttrice, dall’altra della speranza di un possibile equilibrio. Ma prima che si possa arrivare a uno scioglimento rassicurante, le catastrofi accadono; mentre crollano i grattacieli e le masse ciclopiche di carne si affrontano, noi non possiamo fare alto che affacciarci alle nostre finestre e guardarle da lontano.

 

Cosa faremmo davvero se avvenisse un invasione di mostri del genere? Oltre ad augurarci un intervento efficace dell’esercito, probabilmente non ci resterebbe altro che fare da spettatori, esattamente come abbiamo fatto tante volte al cinema. Edwards insiste molto su questo punto: i mostri sono immensi, troppo grandi anche per entrare nello schermo. Il senso del meraviglioso ci colpisce non tanto quando li guardiamo da lontano combattere come se fossero protagonisti di un videogioco (cosa che avviene per il minimo indispensabile) ma nel momento in cui si manifestano per la prima volta ed entrano in scena: vedendo passare vicino al protagonista umano un ginocchio della creatura largo come una collina, sentendo il rumore delle sue colossali articolazioni, osservando l’acqua del mare che si solleva quando sta per emergere.

 

Il principale difetto del film sta nel primo tempo, che scorre in modo abbastanza noioso. Lo spettatore che è andato al cinema soprattutto per vedere il mostro rimane seduto nella sua poltrona solo perché sa che il mostro arriverà, altrimenti sarebbe già pronto a lasciare la sala. Siamo costretti ad assistere alle vicende di personaggi umani abbastanza insignificanti (peccato soprattutto per il bravissimo Bryan Cranston, che poteva essere impiegato meglio); poi, per fortuna, arrivano le Divinità.  

 

Assistiamo al loro avvento e ai loro primi passi nel mondo, mentre emerge subito in modo molto chiaro di che pasta siano fatte. Non c’è niente di difficile da capire: gli Dei sono divisi in modo manicheo in due campi ben distinti, i buoni e i cattivi. Godzilla è un tipo tranquillo che si muove solo se qualcosa lo disturba, ma che quando si arrabbia sa essere rude e scorretto come il peggiore dei redneck. Non possiamo che fare il tifo per lui, e a questo ci spinge anche il nostro istinto specista: non sarà un mammifero, ma almeno è un vertebrato! I M.U.T.O., invece, che non hanno nemmeno un nome proprio, sono forme aliene verso cui è impossibile provare empatia. L’uomo non può sconfiggere gli Dei-Kaiju con le armi, può solo tentare di deviarne le forze. E, dopo il loro passaggio, deve soprattutto impegnarsi a ricostruire quello che è stato distrutto. Non si tratta solo di rimuovere le macerie fisiche: occorre riallacciare i rapporti umani che il cataclisma ha interrotto, salvare i feriti, ritrovare un senso alla propria vita (almeno, questo cerca di comunicarci il regista).

 

Siamo lontani da Pacific Rim, che al confronto risulta un po’ troppo colorato e rassicurante: qui si sente maggiormente il tentativo di trasmettere un senso di tragedia. Edwards evita anche le scene splatter alla Cloverfield, e scommette invece in una terza soluzione: fa muovere i Kaiju all’interno di un mondo cupo, drammatico e dotato di un certo realismo.

 

Il meno che si possa dire è che si tratta di un reboot più che dignitoso e di un film innegabilmente divertente. Non male la versione 3D.

 



scritto da: Andrea Berneschi


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