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IZO - recensione

Titolo: IZO
Titolo originale: IZŌ
Regia: Takashi Miike
Interpreti: Kazuya Nakayama, Ryuhei Matsuda, Takeshi Kitano, Kaori Momoi, Masumi Okada, Bob Sapp
Anno: 2004

Il samurai Izo Okada è un personaggio storico del Giappone del XIX secolo; considerato uno degli assassini più pericolosi dei suoi tempi, venne condannato alla tortura e alla pena capitale della crocifissione. In questo film Takashi Miike racconta di come la sua anima, dopo la morte, sia tornata a percorrere le strade del mondo in cerca di vendetta. Vendetta contro chi, contro cosa? Contro l’assurdità della propria morte e della propria vita, in principio; poi contro la limitatezza della condizione umana, contro la tragedia dell’esistere; contro ogni autorità politica, militare, religiosa; contro la realtà.

Un avversario gli chiede: “E di cosa hai bisogno per la tua vendetta?” “Tutto ciò che esiste” risponde.

 

Scandito dalla struggente e stonata colonna sonora dell’acid-folk singer Kazuki Tomokawa, il cammino sanguinario di Izo è alternato nel montaggio con spezzoni di documentari (Hitler, la seconda guerra mondiale, il boom economico giapponese, i Kamikaze in partenza per le loro missioni) che lo pongono come simbolo e paradigma della storia degli ultimi due secoli, impregnata di rabbia e di violenza al massimo grado.

“La brutalità fa essa stessa parte della lezione della vita. La storia è scritta nel sangue. La storia umana non è altro che una catena di eventi sanguinosi”.

 

Il percorso del vendicativo Izo, alla fine, si risolve in una non-storia. Guidato solo dalla propria furia omicida, non gli interessa partecipare ad una trama. Incontra vecchi nemici ed ex-amanti: li uccide. Incontra giovani teppisti, gang di Yakuza, religiosi, zombie in divisa militare, monaci, famiglie: uccide tutti. Si imbatte in sua madre, la taglia in due. Arriva davanti a un quadro allegorico in cui un giudice lo condanna perché “colpevole di essere contro la moralità umana, colpevole di essere contro Dio, colpevole di esistere”: uccide il se stesso della visione e poi il giudice.

 

Più che una trama, è meglio che lo spettatore si aspetti un “percorso”: la discesa lungo la strada della vendetta, il protagonista che si identifica sempre più ossessivamente in un solo gesto (tagliare con la katana qualunque cosa abbia davanti), la sua progressiva metamorfosi in un demone. Guardare questo film (forse si gusta meglio se si guarda in più sessioni) è come seguire per due ore una puntata di “BLOB” dedicata alla violenza estrema. Ogni scena è girata in un modo diverso, come l’assaggio di un film che sarebbe potuto essere. Non siamo tuttavia davanti a un prodotto che vale solo in quanto sperimentale e weird: dietro alle tante stranezze non c’è il vuoto, ma una precisa filosofia, una visione del mondo.

“Per quale motivo sono esistito?” “Esisti… e morirai”.

 

Un altro classico del cinema giapponese, Rashomon, ci aveva insegnato che la realtà nella sua essenza è inconoscibile, e che esistono solo i punti di vista dei diversi personaggi: in Izo questa logica è portata fino alle sue estreme conseguenze. I soggetti, lo spazio e il tempo sono categorie inconsistenti; esiste solo una serie di energie/sentimenti/idee che si incontrano e si scontrano tra loro all’interno in uno sfondo illusorio e deformabile, sempre cangiante. Non c’è nascita e non c’è morte, solo un eterno divenire.

“Al crepuscolo tutti diventeranno così: come uccelli pronti a spiccare il volo. Al posto del tuo villaggio avrai un pezzo di cielo nuovo di zecca”.

 

Imperdibile per tutti gli amanti del “cinema estremo”.

 

Curiosità: Al Festival di Venezia, dopo la prima proiezione pubblica di Izo, il pubblico lasciò la sala perplesso e in silenzio. Solo Quentin Tarantino si alzò in piedi e applaudì calorosamente.



scritto da: Andrea Berneschi


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