a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z 123




AUDITION - recensione

Titolo: AUDITION
Titolo originale: ƌdishon
Regia: Takashi Miike
Interpreti: Ryo Ishibashi, Eihi Shiina, Tetsu Sawaki, Jun Kunimura, Miyuki Matsuda
Anno: 1999

C’è un vedovo di mezz’età che decide che non gli dispiacerebbe risposarsi; c'è un amico che organizza, come scusa per fargli conoscere una possibile compagna, un provino televisivo rivolto a ragazze dai venti ai trent’anni. C’è un’enigmatica e bellissima ex-ballerina. C’è qualcosa che si muove chiuso dentro un sacco. C’è un vecchio insegnante di danza ormai paralizzato. AUDITION, basato sul romanzo omonimo di Ryu Murakami, è il film che ha portato al successo Takashi Miike e che Tarantino ha inserito tra i venti suoi preferiti degli ultimi due decenni.

 

Per la sua prima metà Audition non è neanche lontanamente un horror, e si avvicina invece al dramma sentimentale. La scelta del regista di prendersela comoda fa sì che, quando viene il momento delle scene splatter (poche, ma molto forti) lo spettatore le vive non come un elemento tipico del cinema di genere, ma come una violenza reale che viene inflitta sia al personaggio (a cui si è affezionato) che alla trama del film. Come avviene quasi sempre nelle opere di Miike, non c’è niente di superficiale o di “facile” nel modo in cui la violenza viene rappresentata. Non ci si sofferma sulle inquadrature violente in modo morboso, ma neanche le si evita. Violenza e sofferenza sono due dei temi chiave che il regista utilizza per comunicare la sua visione della vita (influenzata dalla filosofia buddhista). Altri temi importanti sono l’amore, la morte e soprattutto la solitudine che si annida nelle grandi metropoli.

 

Audition, come anche i successivi Ichi The Killer e Izo è in qualche modo un “horror filosofico”. I suoi espedienti narrativi, originali e a volte sperimentali, concorrono a dare allo spettatore il senso di una realtà poco conoscibile e inquietante... Realtà e sogno (incubo) si mescolano. Ma chi può dire dove inizi l’una e dove l’altro? Forse la sola cosa importante per ognuno di noi è “quello che si vede”, o “che si sogna”. E’ un film raffinato e dotato di un fascino sottile, che inizia con un ritmo tranquillo e “classico” per poi esplodere in crescendo a ridosso del finale. Disorienterà chi si aspetta di guardare un semplice “prodotto di consumo”, ma sarà apprezzato da chi crede sia possibile un uso autoriale e “profondo” del genere horror.



scritto da: Andrea Berneschi


comments powered by Disqus