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CALTIKI IL MOSTRO IMMORTALE - recensione

Titolo: CALTIKI IL MOSTRO IMMORTALE
Titolo originale: Caltiki / Il Mostro Immortale
Regia: Riccardo Freda
Interpreti: John Merivale, Didi Sullivan, Giacomo Rossi-Stuart, Gérard Herter, Daniela Rocca, Daniele Vargas, Vittorio André
Anno: 1959

Raro esempio di horror fantascientifico made in Italy. Freda si rifà a L’Astronave Atomica Del Dottor Quatermass, ma ci mette del suo grazie anche al non indifferente contributo di Mario Bava e dello sceneggiatore Filippo Sanjust. Ambientazione originale e fotografia “noir”. Il ritmo non è sempre travolgente, ma il film è da vedere.

 

Una spedizione guidata dal biologo John Fielding si reca nella giungla messicana per cercare di capire le cause della scomparsa dei Maya. Da un lago sotterraneo nei pressi un tempio dedicato alla dea della morte Caltiki, viene a galla un terribile essere gelatinoso che aggredisce la spedizione. Gli scienziati non possono fare altro che darsela a gambe, riuscendo però a portare a casa un pezzo della mostruosa creatura, rimasto attaccato ad un braccio di un malcapitato componente dell’équipe.

Una volta in laboratorio però, l'inquietante frammento inizia a ingigantirsi a causa del passaggio di una cometa che fa aumentare la radioattività nel pianeta. Così  lo scienziato che ha perso il braccio comincia a dare evidenti segni di squilibrio...

Uscito nel 1959, CALTIKI IL MOSTRO IMMORTALE è di fatto un film di Riccardo Freda, Mario Bava e Filippo Sanjust. Girato nei pressi di Roma e arricchito dai memorabili trucchi di Bava, che riescono a farlo sembrare una ricca produzione d’oltreoceano, CALTIKI ha avuto una postproduzione decisamente travagliata, salvata però dai due collaboratori di Freda. La fotografia (degna dei gradi noir americani) e l’originale soggetto, lo rendono un cult a tutti gli effetti.

Pensato sull'onda del Qutermass di Guest e di Blob, il film ha senza dubbio una sua originalità e poco importa se ogni tanto qualche scena sembra di troppo, perché il risultato finale strappa comunque diversi applausi.
Bellissima l’allucinante massa gelatinosa che tutto divora, da sola vale la visione di tutto il film.


Curiosità: per realizzare il terrificante blob gelatinoso, Bava utilizzò della trippa avvolta in uno straccio e agitata all’interno da un tecnico. Famoso l’aneddoto che racconta la difficoltà nel tenere lontane le mosche dal set, per evitare di impressionarle nella pellicola.

Curiosità numero 2: Freda si firma con lo pseudonimo Robert Hampton poiché il suo precedente lavoro (I Vampiri) era stato snobbato da tanta gente convinta che un italiano non potesse essere competitivo in film di questo genere.



scritto da: Francesco Cortonesi


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