a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z 123




DARK SKIES - OSCURE PRESENZE - recensione

Titolo: DARK SKIES - OSCURE PRESENZE
Titolo originale: Dark Skies
Regia: Scott Stewart
Interpreti: Keri Russell, Josh Hamilton, Dakota Goyo, Kadan Rockett
Anno: 2013

I Barnett non stanno attraversando un bel periodo. La crisi economica va di pari passo con quella famigliare, in un rapporto tra marito e moglie il cui desiderio è pressoché congelato, nella depressiva intolleranza adolescenziale di Jesse e, ciliegina sulla torta, negli strani fenomeni paranormali che iniziano a mettere sottosopra il già precario equilibrio domestico. Il piccolo Sam dice di essere in contatto con IL Sandman: fantasie o inquietanti presenze? La situazione sfuggirà ben presto di mano e…

Che l’horror incarni senza mezzi termini le paure e psicosi contemporanee, trasfigurandole secondo gli strumenti a lui più congeniali, è un dato di fatto. E’ chiaro quindi come questi Cieli Neri/Oscuri (Dark Skies) siano la terribile minaccia del disgregamento del nucleo famigliare, cristallizzati nel sempre più minaccioso pericolo dell’abduction. Rapimento (alieno) come fuga dalla realtà, atto di ribellione, evasione dall’istituzione.

Un calco generazionale che estremizza la mancanza d’identificazione con ciò che lo circonda. E non è un caso che l’unica forma di relazione di Jesse con il mondo avvenga solo ed esclusivamente attraverso la finzione (sia un filmino porno o un racconto del terrore), facendo emergere una palese disfunzione verso di esso.

Scott Stewart si getta così in uno sguardo sospeso, dal sentire ipnagogico, preferendo lenti carrelli e una profondità di campo che dà una percezione dello spazio domestico assai enfatizzata (impossibile da tenere sotto controllo) e accentua la distanza tra i vari membri della casa.  

Il poltergeist va di pari passo con tutte le premesse del cinema di possessione (perdonatemi la licenza dell’etichetta) per poi inserirsi dentro le coordinate dello sci-fi  e dare una collocazione apparentemente definitiva di quanto stia avvenendo e delle sue minacce, fermo restando che Dark Skies gioca e integra la materia di genere più prediletta in questi tempi.

Non manca l’approccio meta-horror alla Paranomal Activity (la Produzione a monte è la stessa della celebre saga) con il padre di famiglia che cerca di scovare attraverso il dispositivo il pericolo dentro le immagini,  non mancano le atmosfere da demonologia applicata, come non manca quel sentore paranoico dell’infrazione delle quattro mura tipico di certo thriller che mette in ostaggio la famiglia ad opera di sconosciuti rapitori.

Bisogna riconoscere a Dark Skies l’impegno di non adagiarsi sul classico meccanismo dello spavento facile, ma di puntare su un torpore allucinatorio che ricerca l’inquietudine in ciò che non viene visto (ed è impossibile vedere). Ecco il perché dei numerosi stati di trance dei Barnett, in balìa di una forza che piuttosto di spaventare con durezza, assorbe nelle sue sospensioni ipnotiche.

In una mente in cui il cinema dà forma le paure, accrescendone l’immaginario, e l’ossessione complottista scolla ulteriormente ogni principio di verosomiglianza, quello che rimane è farsi rapire dalla propria immaginazione. E forse comunicare dalla Luna con un walkie talkie.



scritto da: Marco Compiani


comments powered by Disqus