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TORTUGA - recensione

Titolo: TORTUGA
Titolo originale: Tortuga
Regia: Valerio Evangelisti
Interpreti:
Anno: 2008

Valerio Evangelisti ha già scritto due “romanzi storici” (Il Collare Di Fuoco e Il Collare Spezzato), nei quali ripercorre le vicende ottocentesche e novecentesche della formazione dello Stato del Messico, un paese per il quale ha sempre dimostrato una forte predilezione. Con TORTUGA, primo romanzo della trilogia dedicata ai pirati, Evangelisti si mantiene abbastanza vicino a questo scenario (del resto, i Caraibi sono appena oltre il Golfo del Messico), ma fa un salto indietro nel tempo (siamo nel 1685) e soprattutto vira decisamente le tinte verso l’horror. Scrive un romanzo storico, come al solito coerente e dall’ambientazione pienamente credibile, in cui scorrono fiumi di sangue: se ci si immagina di prendere un romanzo alla “Guerra e Pace” e di sostituirne i protagonisti con gli psicopatici killer de “La Casa Del Diavolo” di Rob Zombie, arriviamo abbastanza vicini al risultato. Le scene sanguinose sono numerosissime, ma non c’è un compiacimento per lo splatter fine a se stesso. In modo più sapiente e sottile, semmai, la somma delle uccisioni e delle mutilazioni crea uno scenario cupamente originale, fatto di squallore e di degrado.

 

I pirati di Evangelisti non sono le simpatiche canaglie dei film con Johnny Depp, né paladini di libertà utopistiche, ma assassini dediti alla rapina, allo stupro, e a varie e sofisticate forme di tortura. Sono i reietti dell’Europa e del Nuovo Mondo: disertori evasi da navi militari, fuggiaschi per debiti, avventurieri di ogni tipo. Assistiamo alle violenze sessuali sui mozzi, al bombardamento e alla presa della cittadina di Campeche, a una serie continua di duelli, tradimenti, assalti. All’interno di questo catalogo di violenze e di ribalderie, compiute sotto la bandiera Jolly Roger (o Jolie Rouge), si snoda il percorso di un’Avventura.

 

Protagonista di TORTUGA è Rogério De Campos, un ex-gesuita arruolato a forza tra i pirati durante un assalto navale. Il romanzo segue due linee narrative che lo riguardano. La prima è il contrasto tra le sue idee e quelle ciniche delle quali si fa portavoce il libertino Ravenau De Lussan, un sedicente chirurgo che gode nel tagliare arti e nell’infliggere umiliazioni agli uomini a lui sottoposti. Quello di Rogério è una specie di romanzo di formazione al contrario, che lo vede regredire finché non esegue senza battere ciglio anche gli ordini più crudeli. La seconda linea narrativa segue il suo innamoramento (ma forse è meglio dire “ossessione”: sembra di rileggere Lolita) per una bellissima schiava di colore. Basterà questo amore a salvarlo? La schiava, oltretutto, gli viene contesa dal capitano Michel De Grammont, una vera e propria leggenda vivente, uno dei pochi personaggi del libro che abbia il fascino aristocratico dei pirati di Salgari.

 

Non è la prima volta che Evangelisti si dimostra capace di interessare i lettori facendo muovere dei personaggi negativi in un mondo peggiore di loro. L’inquisitore Eymerich è crudele, ma rimane fedele a una legge morale, mentre tutti attorno a lui sono preda dei più bassi istinti. Un discorso simile può essere fatto per Pantera, il pistolero-stregone che uccide seguendo un suo codice personalissimo e inflessibile. Per i pirati, il discorso è un po’ diverso. Quale codice morale seguono? I “Fratelli Della Costa” hanno sì delle regole, ma sono pronti a infrangerle appena vanno contro il loro tornaconto immediato. È vero che il mondo attorno a loro è terribile, ma non sono certo un esempio in cui il lettore si può identificare. Le uniche cose buone che si possono dire sui pirati di Evangelisti è che non cercano giustificazioni superiori o benedizioni divine per la violenza che operano, e che sulle loro navi vige una rozza democrazia (che però convive con lo schiavismo).

 

[…] La filibusta è un modo di riconoscere i propri istinti. Essere squali e volere mangiare. Non esiste nient’altro. Agli squali la gloria, ai pescetti la morte. […] L’unica entità venerata, in questi mari, è il denaro. Piastre, scudi, pezzi da otto, jacobi e quant’altro. Oro e argento. Utili a comperare uomini e cose. Se Dio ha voluto questo, il minimo che possiamo fare è ringraziarlo. Ci procura soldi con la sua costante benedizione. E se gli spagnoli soffrono delle nostre angherie, peggio per loro. Il cielo ha scelto un altro partito. Quello di chi, senza infingimenti, punta al malloppo. Un uomo ricco, sia pure per una notte sola, gode della grazia divina. Chi invece rimane spiantato, non è, chiaramente, nei favori del Signore. Altrimenti dovremmo dire che gli schiavi sono santi, e chi li possiede è in peccato. La Chiesa non lo dice”. - Rogério era nauseato. Lo stesso discorso lo udiva ormai da troppe bocche, tra i filibustieri. Aveva creduto che De Lussan fosse un caso isolato di cinismo. Ora si rendeva conto che la sua filosofia – per metà ugonotta, per metà atea e libertina – era condivisa dall’intera Fratellanza della Costa […] Nemmeno i poteri costituiti, emanazione dei grandi imperi europei, vi si sottraevano. Pareva che il Nuovo Mondo esercitasse una sorta di maleficio sugli spiriti. Buoni cattolici, giunti lì, diventavano creature avide e fameliche di preda”.

 

Quello che vediamo nascere nei mari caraibici infestati dagli squali non assomiglia forse al moderno capitalismo liberista? L’autore, intervistato sulla e-zine letteraria Idra, ha dichiarato a riguardo: “Da un lato l’epopea dei pirati mi attraeva, per i suoi contenuti romantici e trasgressivi. D’altro lato, la libertà di sopraffazione che regnava in quella società fuorilegge, con un amore smodato per i facili guadagni, mi pareva un’anticipazione del presente. […] I miei pirati sono una chiara anticipazione di un mondo a venire, rispetto al loro, in cui il profitto sia l’unica legge, e si traffichi liberamente non solo in merci, ma anche in uomini. Utopia sì, per il loro tempo. Realtà fin troppo concreta, per il nostro”.

 

Il romanzo è discreto, ma può spiazzare il lettore abituato alle storie del famoso inquisitore domenicano, dalle quali differisce non poco. Davanti ai nostri occhi si accumulano viscere, sangue e polvere da sparo; quasi nessuno dei personaggi si salva moralmente (al massimo qualcuno arriva a una sorta di “grandiosità nel male”). La partita non si gioca tra acute intelligenze, ma tra uomini abbrutiti che risolvono tutto a colpi di sciabola e di pistola. Un consiglio: Tortuga lo si può godere meglio se prima si è letto Veracruz, che è ambientato qualche anno prima (1683), ma è uscito come secondo volume della trilogia, nel 2009. Qui oltretutto si potranno trovare una migliore qualità della trama e migliori caratterizzazioni dei personaggi.



scritto da: Andrea Berneschi


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