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AMERICAN HORROR STORY: MURDER HOUSE - recensione

Titolo: AMERICAN HORROR STORY: MURDER HOUSE
Titolo originale: American Horror Story: Murder House
Regia: Ryan Murphy, Brad Falchuk
Interpreti: Dylan McDermott, Connie Britton, Jessica Lange, Taissa Farmiga, Evan Peters, Frances Conroy, Denis O'Hare
Anno: 2011

La parola d’ordine di Ryan Murphy è eccesso. Che i toni siano quelli camp e smielati di Glee o quelli cinici e grotteschi di Nip/Tuck, quando ci si avvicina ad un serial firmato Murphy bisogna fare tabula rasa dei concetti di buon gusto e mezza misura. Più che prodotti televisivi, i suoi sono spettacoli circensi, freak shows, giostre di luna-park dove ogni numero ha in primo luogo lo scopo di suscitare la meraviglia del pubblico. Per centrare questo obiettivo lo sceneggiatore/produttore/regista di Indianapolis non si nega nulla, ammassando gli stereotipi più disparati e la paccottiglia più variopinta in una esibita tendenza all’esagerazione che qualche anno fa (prima che la definizione diventasse fin troppo abusata) si sarebbe definita post-moderna. Era inevitabile che il talento di Murphy finisse prima o poi per incrociare il genere barocco per eccellenza, l’horror. Ne è nata questa AMERICAN HORROR STORY, serie televisiva ideata insieme al sodale Brad Falchuk, trasmessa dalla FX a partire dal 2011 e baciata da un successo che è andato via via crescendo.

 

AHS chiarisce fin dal titolo le proprie intenzioni: si tratta di narrare una “storia dell’orrore americana”, ossia una grandiosa ricapitolazione dell’immaginario orrorifico statunitense e dei suoi topoi distintivi. Allo stesso tempo c’è l’intento ancora più ambizioso di comporre una “Storia horror dell’America”, cioè di rappresentare in chiave orrorifica i tratti caratteristici del popolo americano, con particolare riguardo ai mutamenti sociali. Per comporre questo affresco, Murphy e Falchuk hanno ideato una struttura narrativa che non ha eguali nella storia della televisione. Ogni stagione di AMERICAN HORROR STORY costituisce infatti una narrazione a sé stante, auto-conclusiva, con differenti personaggi, ambientazioni e collocazioni temporali: quasi una versione “dilatata” dell’impianto antologico di telefilm come Ai Confini Della Realtà e Alfred Hitchcock Presenta. Murder House, la prima stagione, è ambientata ai giorni nostri con ricorrenti flash-back nel passato, mentre la seconda, Asylum, si colloca negli anni sessanta ma include inserti temporali nel presente. Va aggiunto che una parte del cast è variabile da una stagione all’altra, mentre un’altra parte resta fissa con ruoli di ampiezza differente. I dodici episodi della prima stagione si articolano attorno al grande topos narrativo della Casa Infestata e pescano a piene mani dall’immensa tradizione cinematografica in materia di dimore maledette.

 

Protagonista è la famiglia Harmon, composta dallo psichiatra Ben (Dylan McDermott), dalla moglie Vivien (Connie Britton) e dalla figlia adolescente Violet (Taissa Farmiga). Appena trasferita da Boston a Los Angeles nel tentativo di superare una difficile crisi coniugale, la famigliola prende dimora in una sontuosa villa con giardino che si fregia del poco simpatico nomignolo di Murder House. I motivi della brutta fama di cui gode l’abitazione non tardano a venire alla luce: pare infatti che tutti i precedenti inquilini siano morti in maniera violenta, compresa la coppia gay che vi risiedeva per ultima. Già alle prese con una considerevole quantità di traumi privati (i tradimenti di Ben con una studentessa, l’aborto spontaneo di Vivien dopo la scoperta della tresca, le tendenze depressive e autolesioniste di Violet), gli Harmon dovranno presto fare i conti anche con le agghiaccianti apparizioni che sembrano emergere dal passato di Murder House. Con questo passato sembrano avere un legame tutti gli inquietanti personaggi che orbitano attorno all’edificio: Tate (Evan Peters), adolescente affetto da turbe psichiche che mostra un’immediata, e ricambiata, attrazione per Violet; Harvey (Denis O’Hare), personaggio con il volto sfigurato che comincia a perseguitare Ben; Moira (Frances Conroy), misteriosa donna delle pulizie che si presenta agli Harmon dichiarando di aver lavorato “per tutti i precedenti inquilini”; e soprattutto la vicina di casa Costance (Jessica Lange), che vive insieme alla figlia down Adelaide (Jamie Brewer) e che più di tutti sembra possedere un legame particolare con Murder House e conoscerne i segreti. Ognuno dei dodici episodi è introdotto da un flash-back che fa luce su un particolare episodio del passato della magione, il che offre l’opportunità a registi e sceneggiatori di comporre cruente scenette “d’epoca” a base di serial killer, scienziati pazzi, piromani e psicopatici di ogni risma.

 

Il topos della casa infestata non poteva essere trattato con più aderenza ai cliché del genere, in una continua e martellante riproposizione di situazioni tratte dai classici del cinema horror: ma il patchwork è talmente plateale nel suo citazionismo da risultare godibilissimo, condotto sul filo di un’ironia che non scade mai nella parodia, men che meno nella goliardata fine a sé stessa. AMERICAN HORROR STORY è uno spericolato tour de force visionario capace di toccare vertici di delirio che non si vedevano in tv dai tempi di Twin Peaks, uno spettacolo capace di appassionare e intrigare in virtù di un meccanismo basato non tanto sulla risoluzione dei misteri, ma sull’accumulo parossistico di situazioni. Scordatevi Lost e il feticismo del “mistero” che si dilata e si trascina per intere stagioni: in AHS gli enigmi vengono svelati nel giro di qualche episodio e la risoluzione è spesso banale e deludente (uno per tutti: l’identità di Rubber Man). Il vero fulcro della “tenuta” di AHS in termini di coinvolgimento emotivo sta altrove: è nella capacità di alzare episodio dopo episodio l’asticella dello sbalordimento, attraverso l’accumulo di situazioni sempre più estreme e, fino al minuto precedente, impensabili. Tra stupri da parte di fantasmi vestiti di latex, feti nascosti nei barattoli, donne che appaiono alternativamente vecchie e giovani, mostri orribili nascosti nelle cantine, stragi compiute nelle scuole e cadaveri sepolti sotto i gazebo, ce n’è abbastanza perché lo spettatore si chieda, alla fine di ogni scena: “Cosa può succedere più di questo?”.

 

C’è di più. Episodio dopo episodio, appare chiaro che c’è del metodo in tanta follia, che l’affastellarsi di momenti shock non si esaurisce in sé stesso. Un tema emerge durante la visione di Murder House, dapprima in maniera quasi accennata e poi sempre più centrale: la maternità. Tutti i crimini compiuti nella dimora hanno in qualche modo a che fare con la maternità, a partire da quelli che coinvolgono i primi proprietari a inizio Novecento (significativamente, un medico abortista e la moglie) fino alla coppia gay del recente passato. Vivien, che ha da poco vissuto il trauma di un aborto, scoprirà di essere incinta già nelle prime puntate a seguito di un concepimento che definire inquietante è riduttivo: alla sua complicata gravidanza viene dedicata una delle story-line più importanti, i cui toni finiranno per ricalcare, ça va sans dire, quelli “demoniaci” di film come Rosemary’s Baby e Il Presagio. Parallelamente assume sempre più centralità il personaggio di Costance, la vicina impicciona e cleptomane dai mille segreti, la cui intera esistenza è stata consacrata ad una maternità dai tratti morbosi e dagli esiti nefasti. Vero e proprio simbolo delle tendenze matriarcali che albergano nella società americana, Costance è uno dei più straordinari e sfaccettati personaggi che la serialità televisiva ci abbia mai regalato, quasi una “regina delle tenebre” dotata però della forza e del pragmatismo necessari per restare saldamente ancorata all’universo dei vivi. A rendere doppiamente indimenticabile il personaggio contribuisce la grandezza della diva Jessica Lange che, come una novella Joan Crawford, sceglie di dedicare la propria maturità artistica al genere horror regalando un’interpretazione maestosa e titanica, ricca di manierismi camp e di sottigliezze psicologiche.

 

L’altro personaggio chiave della serie è Tate, il giovane psicotico preso in cura da Ben: con i suoi riccioli biondi e l’aria sempre in bilico tra tenerezza adolescenziale e crudeltà luciferina, Tate incarna in maniera eccellente il lato dark-sentimentale della storia, sorta di Romeo destinato a scatenare la passione di una Violet/Giulietta immediatamente tentata dal “lato oscuro”. Lungi dal risolversi nella banale story-line studiata ad hoc per il pubblico più giovane, la liaison fra Tate e Violet riserva alcuni fra i momenti più genuinamente emozionanti della serie, grazie soprattutto alla capacità di Evan Peters di trasmettere tutta l’ambiguità psicologica del personaggio. Il problema maggiore di AHS sta nei protagonisti e negli attori che li impersonano: lo stolido Dylan McDermott regala barlumi di espressività solo quando recita con il sedere nelle (tante) scene di nudo e il bilanciato professionismo di Connie Britton non riesce quasi mai ad amalgamarsi con l’atmosfera eccessiva e malata dell’insieme.

 

Meglio, allora, la delicata Violet di Taissa Farmiga, che recita fino in fondo la parte di adolescente depressa e bisognosa d’amore. Meglio, immensamente meglio, la giostra di personaggi (soprattutto femminili) che gravitano attorno ai protagonisti, delineati con una certa efficacia da Murphy/Falchuk in sede di sceneggiatura e magistralmente interpretati da caratteristi che rubano la scena, come Frances Conroy, Denis O’Hare, Zachary Quinto, Lily Rabe e Sarah Paulson (quasi tutti meritatamente promossi a ruoli di primo piano nella seconda stagione). AHS non è una serie per tutti i gusti. Gli amanti dello sviluppo narrativo “convenzionale” ne rimarranno orripilati, ma anche i fan di Twin Peaks troveranno probabilmente pochi motivi di soddisfazione in una serie tanto eccessiva ed esagitata rispetto agli onirismi di Lynch. Nessuno può comunque negare la portata rivoluzionaria e l’audacia di questa serie in un contesto, quello della tv americana, assai meno aperto al nuovo di quel che millantano i cultori della materia. Ancor più importante, si tratta di un prodotto che ha una sua ragion d’essere anche al di là del citazionismo, del post-moderno e dell’estetica dello shock: un prodotto che, partendo dai materiali apparentemente sgangherati, riesce a imbastire una riflessione affascinante e non scontata su capisaldi della società americana come famiglia e maternità, lati oscuri compresi. Si può chiedere di più, a una serie televisiva?



scritto da: Jacopo Rossi


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