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SPETTRO (LO) - recensione

Titolo: SPETTRO (LO)
Titolo originale: Spettro (Lo)
Regia: Riccardo Freda
Interpreti: Barbara Steele, Peter Baldwin, Elio Jotta, Carol Bennet, Harriet Medin, Umberto Raho
Anno: 1963

LO SPETTRO e il precedente L’Orribile Segreto Del Dottor Hichcock (1962) costituiscono un dittico di grande interesse nel panorama del gotico all’italiana. Diretti dallo specialista Riccardo Freda, che il genere l’aveva praticamente inventato (insieme a Mario Bava: I Vampiri, 1956) e interpretati dalla scream queen Barbara Steele, i due film non presentano nessun collegamento a livello di trama nonostante entrambi ruotino intorno a un personaggio chiamato per l’appunto… Dottor Hichcock.

 

La Steele, che nel film precedente interpretava la vittima innocente, stavolta veste i panni di un’avida uxoricida che in combutta con l’amante (Peter Baldwin), avvelena il marito per mettere le mani sull’eredità. Il senso di colpa, ma soprattutto le spaventose apparizioni del “defunto” Hichcock (Elio Jotta), toglieranno ben presto il sonno e la sanità mentale alla coppia di assassini, facendo precipitare la situazione verso ulteriori tragedie. Il tutto viene calato in una gotica ambientazione scozzese di inizio Novecento (ma in realtà il film fu girato in una villa dei Parioli!) con l’inevitabile armamentario di topoi del genere: tombe profanate, passaggi segreti, ambientazioni fatiscenti, brughiere, fantasmi, cigolii e quant’altro.

 

Opera complessivamente affascinante e valida, dominata dal magnetismo di una grande Barbara Steele, LO SPETTRO risulta invecchiato peggio rispetto al gioiellino dell’anno precedente: la colpa è soprattutto di un intreccio non particolarmente innovativo che, anziché affrontare tematiche shock come la necrofilia, preferisce rifugiarsi nei territori già noti (si veda il capolavoro di Clouzot del 1955, I Diabolici) e meno controversi del mistery con implicazioni paranormali.

 

Un ritmo inizialmente pachidermico, un eccesso di languori melodrammatici e un generale sentore di “vecchio” sono il prezzo che lo spettatore moderno si trova a pagare per la visione di un film che regala comunque diverse piacevolezze. Oltre ad un finale sorprendentemente cattivello con colpi di scena multipli, va segnalata una sequenza che ha fatto epoca per il suo impatto grand-guignolesco: quella dove una Barbara Steele ormai impazzita prende a rasoiate un malcapitato, con gli schizzi di sangue che tingono di rosso lo schermo. Inutile aggiungere che sarà proprio su simili eccessi visionari che negli anni seguenti il cinema di genere italiano costruirà la propria immensa fortuna.

 

Il resto è artigianato di altissima classe, frutto dorato di una stagione irripetibile dove neanche le più arcigne ristrettezze di budget riuscivano ad avere la meglio sul talento e sulla creatività delle personalità coinvolte. Con due soldi Freda allestisce uno spettacolo di grande suggestione che, indipendentemente dal solito inglese fasullo con cui ne veniva mascherata l’italianità (Riccardo Freda diventa Robert Hampton, lo sceneggiatore Oreste Biancoli diventa Robert Davidson e via dicendo), non ha nulla da invidiare alle coeve operazioni di Corman e della Hammer. Progetti come questo finivano per riscuotere grande successo all’estero e grande indifferenza in patria. Per il cinema italiano erano, decisamente, altri tempi.



scritto da: Jacopo Rossi


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