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Filmhorror.com intervista LUIGI MUSOLINO!

Trentotto anni, piemontese “della bassa", Luigi Musolino è considerato già da alcuni anni una delle migliori penne horror-weird a livello italiano ma, grazie a sempre più frequenti e fortunate puntate all'estero (Canada, Sudafrica, Irlanda, Usa), le sue opere iniziano a destare un certo interesse anche al di fuori dei confini nazionali.

In occasione della sua ultima uscita, la novella Pupille pubblicata da Zona 42, noi di Filmhorror.com l’abbiamo incontrato per parlare naturalmente del suo lavoro più recente, ma anche di tanto altro.
Ecco cosa ci ha raccontato.

 

[intervista a cura di Andrea Gibertoni]


Ciao Gigi, intanto un doveroso ringraziamento da parte mia e di tutta la redazione di Filmhorror.com per aver accettato di fare questa chiacchierata con noi.
Esauriti i convenevoli, andiamo subito al sodo: quale è stata la scintilla da cui è scaturita Pupille? Sbaglio se la definisco una fiaba horror dai risvolti ecologisti?


Ciao e grazie a voi per l’invito a chiacchierare!
Sono molti i fattori che hanno contribuito alla genesi di Pupille: sicuramente la voglia di tornare a Idrasca, uno dei miei loca infesta preferiti, creato ormai una decina di anni fa come “fondale” per i miei racconti; alcune letture dell’ultimo anno, in particolare degli articoli sull’Antropocene e sull’influenza nefasta dell’Uomo sull’ecosistema Terra; la volontà di “rielaborare” in chiave horror la favola del pifferaio magico di Hamelin, una narrazione di per sé già molto inquietante e che si presta a numerose interpretazioni; e infine, senza dubbio il periodo “apocalittico” che stiamo vivendo ha influito sulla creazione di questa storia: il lockdown mi ha dato tempo per pensare e scrivere, e in qualche modo la manifestazione orrorifica che è il fulcro di Pupille è una sorta d’epidemia su piccola scala che colpisce i bambini di una specifica comunità, permettendo loro di vedere e riflettere su un mondo nuovo, su un futuro sempre più traballante e dominato da incertezze e paure, tematiche sulle quali è impossibile non fare dei parallelismi con la situazione globale del momento...

In tutto questo, non posso esimermi dal citare la fortuita coincidenza dell’intervento di Giorgio Raffaelli e Chiara Reali di Zona 42, che mi hanno gentilmente invitato a sottoporre qualcosa per la nuova collana 42Nodi proprio nei giorni in cui stavo concludendo la novella! Con ogni probabilità, senza di loro Pupille sarebbe ancora un file nel mio hard disk.
Direi che la tua definizione ben si adatta a Pupille: è una favola oscura con derive nel body-horror e riflessioni sui mutamenti planetari che ci condurranno in un’epoca buia se non invertiamo quanto prima la tendenza.


Un particolare che mi ha estremamente colpito in questo racconto è il tuo stile quasi più “delicato", rispetto al tuo solito. Intendiamoci, i frangenti più crudi non mancano affatto, ma nel complesso ho ravvisato una certa tenerezza di fondo. Si tratta solo di una mia impressione o c’è qualcosa di vero?


Credo la delicatezza di cui parli derivi proprio dal fatto che il mio intento principale era quello di conferire al racconto uno stile fiabesco, alternando momenti più soffusi ad altri terrificanti. Alcuni passaggi di Pupille, in particolare quelli in corsivo, sono stati scritti in modalità “favola della buonanotte” e con una certa ricercatezza poetica, avendo in testa una domanda ben precisa: cosa accadrebbe se qualcuno – o qualcosa – raccontasse ai bambini una storia che nessun genitore avrebbe mai il coraggio di raccontare, una favola nera e veritiera capace di modificare per sempre la loro visione sulla realtà che ci circonda e sugli anni a venire?


Ancora una volta, e forse mai come stavolta, la storia ruota attorno a dei bambini. Noi ci conosciamo da un po' e la cosa che mi ha sempre stupito di te è quanto tu riesca a essere empatico e a descrivere bene le angosce dell'essere genitori, nonostante tu – almeno per ora - non lo sia. Questo a ulteriore riprova che il vecchio e trito luogo comune “chi non ha figli non può capire" spesso rappresenti una grossa stupidaggine. E lo dico, io sì, da genitore. Tu invece cosa pensi a riguardo? Che rapporto hai con l'infanzia? Non solo quella che hai vissuto tu, ma in generale.


Io penso che una delle sfide più complicate, ma allo stesso tempo divertenti e appaganti per un narratore, sia quella di calarsi in situazioni che non gli appartengono, provare a vestire i panni di personaggi distanti da ciò che si è nella realtà e osservare il mondo con occhi diversi, da un punto di vista inedito. In qualche modo, perché un racconto sia efficace, bisogna trasformarsi nei protagonisti di cui si scrive. Immaginarsi in altri luoghi e in altri condizioni. In realtà, in quanto esseri umani, è un processo mentale che esercitiamo di continuo; nell’arco della giornata quante volte pensiamo “Be’, se io fossi al posto suo farei così…”?
Non sono genitore, ma di certo ho riflettuto sull’eventualità, e nulla mi vieta d’immaginarmi come un padre che ha smarrito la figlia al supermercato, o d’immedesimarmi in una madre che assiste al declino mentale e fisico del proprio bambino. Di sicuro alcune cose non si possono capire fino in fondo se non le si è vissute, ma ci si può fantasticare sopra, elucubrare, scriverne, leggerne, osservare e farsi un’idea. La nostra mente non ha limiti, in questo senso.
Per quanto riguarda il rapporto con l’infanzia: la mia è stata bellissima, trascorsa in buona parte in questo enorme e labirintico palazzo di periferia pieno di bambini, l’Aurora, una sorta di microcosmo di scale, cantine e androni dove ogni dopo-scuola poteva diventare un’avventura. È un periodo che ricordo con piacere, un periodo in cui cominciano a prendere forma gli interessi e le passioni che ci definiranno da adulti. Ma l’infanzia è anche il periodo dove siamo più impressionabili e permeabili alla Paura, alle ossessioni, più esposti a traumi che potranno accompagnarci per tutta la vita…
Adesso, ogni volta che osservo un bambino che gioca spensierato, inconsapevole delle difficoltà dell’età adulta, delle incognite del futuro, provo una sorta di tenera compassione. Non posso fare a meno di pensare: “Mannaggia, non sai quanta fatica ti aspetta, quante tribolazioni, e non l’hai mica deciso tu, l’ha fatto qualcun altro”.
È un discorso molto delicato, vastissimo, ma se devo andare al succo del discorso, direi che l’atto di creare una vita, generare un altro essere umano, non andrebbe preso sottogamba, specie con la sempre più approfondita conoscenza che abbiamo riguardo ciò che ci aspetta in termini sociali ed ecologici, e al contempo con la consapevolezza che il futuro è un grande punto interrogativo.


Riallacciandomi alla tua risposta, trovo che una delle domande più terrificanti che abbia mai sentito e che costituisce anche un po' l'anima del libro è quella che, a un certo punto, i bambini fanno ai loro genitori. Quel “Perché mi avete messo al mondo?” che, pur nella sua apparente semplicità, non può non lasciare esterrefatti e che, almeno a me, rende veramente difficile dare una risposta completamente razionale. Tu come la vedi?


Nel mio racconto, i bambini acquisiscono la capacità di osservare lampi di futuro, un avvenire in cui l’umanità è al collasso, le risorse sono estremamente limitate e i superstiti costretti a migrare verso le poche regioni del globo ancora abitabili. Purtroppo, questo è uno scenario più che plausibile: i modelli di consumo che ci muovono non sono sostenibili e di questo passo ci ritroveremo nel giro di pochi decenni con l’acqua alla gola (letteralmente, considerato che una delle minacce più urgenti per l’umanità è proprio il riscaldamento globale). E quindi la domanda che i piccoli protagonisti di Pupille pongono agli adulti, “perché ci avete generato?”, appartiene senza dubbio a quel regno oscuro fatto di ipotesi e interrogativi che è spesso il fulcro della narrativa dell’orrore, che ne costituisce l’ossatura. È una domanda che non ci si aspetterebbe da degli alunni di seconda elementare, è l’irruzione dell’anomalia in una realtà placida e consolidata che porta “i grandi” a ragionare sulle loro colpe, sul loro egoismo, sull’aver generato nuove esistenze in un mondo che loro stessi hanno contribuito a disgregare e corrompere… È una domanda pesante: quanti adulti prima di concepire un figlio s’interrogano su ciò che attenderà la loro prole da qui a trent’anni, visto e considerato che le prospettive non sono tra le più rosee?


Tempo fa, se non erro proprio durante il periodo del lockdown, condividesti su Facebook un articolo – non ricordo di chi – che parlava di una sorta di “Alba del Sole Nero", in sostanza il periodo storico che stiamo vivendo, che sarebbe foriero di sventure e calamità di ogni tipo.
Ora, non so se le due cose siano collegate o meno, ma in Pupille ritorna spesso questa “Antartide Nera" con tutto il carico di atrocità che si porta dietro e mi è tornato subito alla mente quel vecchio articolo. Può essere che tu abbia preso un po' di ispirazione da lì?


Ricordo l'articolo di cui parli... come sai e come hai letto in molte mie storie io sono affascinato da questi "buchi neri", "abissi", "zone prive di luce", che altro non sono che un mezzo per parlare delle zone d'ombra e delle deviazioni della coscienza e della psiche umana, dei vuoti lasciati da un lutto, dall’incomunicabilità tra le persone, dalla difficoltà di accettare se stessi o di essere accettati.
Anche l'Antartide Nera è uno di quei luoghi infernali e bui che mi piace e – allo stesso tempo – terrorizza esplorare. È il continente inaccessibile del futuro in cui i protagonisti di Pupille riescono a lanciare un’occhiata, intravedendo il crepuscolo dell’uomo, l’inizio della fine, un’era di cataclismi, sofferenze e collassi.
La definizione di Antartide Nera non è farina del mio sacco, ma una citazione, un piccolo omaggio a un poeta morto giovanissimo l'anno scorso che interrogato sulla sua poesia diceva: "Io voglio calarmi nell'Abisso, esplorare il rimosso, scendere in ogni pozzo dell'anima, esplorare l'Antartide Nera". Si chiamava Gabriele Galloni e l'ho scoperto proprio in seguito alla sua morte; trovo che esprimesse dei concetti che mi intrigano e che in qualche maniera sono affini al mio modo di pensare.


Un altro elemento che ritroviamo spesso nelle tue storie è la presenza costante di testi molto particolari; a partire dall'ormai mitico Libro di Malanina risalente ai tuoi esordi (l'antologia Bialere che, neanche a dirlo, consiglio caldamente) alla Scienza dei Necromilieu dell’oscuro Enrico Bedolis in Nelle crepe, fino ad arrivare a questo Pupille. Al di là dei facili (e un po' stucchevoli) paragoni con i vari pseudobiblia cari a Lovecraft e ad altri maestri del fantastico, a cosa si deve tutto ciò?


Per me gli pseudobiblia hanno una doppia funzione: da una parte sono un puro divertissement che introduco nei racconti per conferire spessore alla narrazione, un semplice espediente narrativo; dall’altra sono un ottimo esercizio mentale e una continua fonte di spunti e idee, un modo per costruire una particolare mitologia da cui poter attingere in futuro: certo, quel libro non esiste, è una finzione, ma nella mia testa c’è: posso tornare a sfogliarlo quando mi pare e piace, compilare nuovi capitoli, aggiungere illustrazioni, leggere paragrafi che mi erano sfuggiti in un continuo gioco di rimandi e creazioni.
Scienza dei Necromilieu, ad esempio, che nacque con la novella Nelle Crepe, è un volume che ho consultato più volte durante la scrittura del mio romanzo Eredità di Carne. Molte suggestioni che si trovavano in quel libro fittizio sono poi confluite in un mio libro vero. E quindi è del tutto corretto dire che Scienza dei Necromilieu non esiste, se per il suo autore in qualche modo esiste?
Gli pseudobiblia creano questa sorta di paradossi, sono un’invenzione immateriale che talvolta riesce a infiltrarsi nella realtà modificandola anche materialmente… conosciamo tutti la storia del Necronomicon che iniziò a comparire nei cataloghi di antiquari e i bibliotecari, no?
Pupille, nello specifico, è un libro dentro un libro. O un libro che contiene un altro libro. È un volume che racconta una fiaba della fine dei tempi, e che ha il potere di modificare mentalmente e organicamente i bambini che si ritrovano a sfogliarne le pagine. Ogni lettura ha il potere di modificarci, di aprirci gli occhi, di spalancare visioni e suscitare domande, di infilarsi sottopelle e accompagnarci nella nostra evoluzione; e in questo senso Pupille è anche una metafora dell’importanza della lettura e dell’influenza che può avere un’opera narrativa sulle nostre vite.


Cambiamo ora un po' argomento: di recente hai avuto il privilegio di essere pubblicato negli Stati Uniti all'interno della raccolta The Valancourt Book of World Horror Stories.
Non è la prima volta che i tuoi racconti vengono tradotti all'estero però, si sa, arrivare oltreoceano immagino sia sempre una soddisfazione molto particolare.
Vuoi spiegarci come sono andate le cose?


La mia collaborazione con la Valancourt Books è nata in maniera del tutto naturale, e buona parte del merito è da attribuirsi a James D. Jenkins, boss della casa editrice insieme a Ryan Cagle.
La Valancourt Books è una validissima realtà che si occupa di narrativa fantastica, con un particolare interesse nel recuperare opere dimenticate e volumi ormai fuori catalogo.
Qualche tempo fa, James e Ryan hanno dato vita a questo progetto, il Valancourt Book of World Horror Stories, un volume che contiene racconti provenienti da paesi di lingua non anglosassone, e hanno svolto un lavoro incredibile leggendo testi da ogni parte del mondo, selezionandoli e infine traducendoli in inglese per la raccolta.
Sono entrato nel loro radar grazie a Oscure Regioni e all’associazione culturale Rill, James ha recuperato i miei volumi e ha apprezzato le mie storie: e infine Uironda, racconto pubblicato nell’omonima antologia per Kipple Officina Libraria, è stato scelto per rappresentare l’Italia in un libro davvero curato nei minimi dettagli, che racchiude testi notevolissimi di autori pressoché sconosciuti al di fuori del paese di appartenenza: cito The Time Remaining dell’ungherese Attila Veres, Mechanism della catalana Elisenda Solsona e Pale Toes di Marko Hautala dalla Finlandia tra le storie che mi hanno più colpito e che dimostrano, se ancora ce ne fosse bisogno, che l’horror è vivo come non mai e prolifera ovunque con risultati straordinari.
Spero di non sembrare troppo di parte, ma il Valancourt Book of World Horror Stories è una lettura che consiglio a qualunque appassionato della narrativa del perturbante, anche per capire come operi il genere in contesti sociali e culturali diversi rispetto a quelli cui siamo abituati.


Questo portale come sai si chiama Filmhorror.com, è inevitabile a questo punto che ti faccia una domanda sul cinema. Quali sono i film che riguardi più volentieri? Horror a parte, quali pellicole ami di più?


All’interno del genere horror ho dei capisaldi che riguardo almeno una volta l’anno (chi ha detto Fulci?), ma per cercare di uscire un po’ dal seminato e non nominare sempre gli stessi titoli che tutti apprezziamo e conosciamo ne cito tre che mi stanno particolarmente a cuore: Lake Mungo, Kill List e The Nightingale. Il primo è per me il miglior found-footage che sia mai stato girato (insieme a The Blair Witch Project, of course), mentre il secondo è un’opera iperviolenta e sanguigna che ingrana come un noir per poi deragliare in un inquietante folk horror senza possibilità di redenzione. The Nightingale non è propriamente un horror, ma è il secondo film di Jennifer Kent, regista di quel capolavoro che è The Babadook, una storia senza compromessi che mi ha scosso nel profondo e che tutti gli amanti del cinema “non consolatorio” dovrebbero vedere.
Al di fuori del genere apprezzo i thriller psicologici, pellicole drammatiche, documentari sulla montagna o comunque su imprese estreme, una certa fantascienza che ha più a che fare con l’esplorazione dell’animo umano che non dello spazio (e qui butto un altro titolo, Another Earth), tutto ciò dove c’è gente che deve sopravvivere in una natura ostile magari popolata da bifolchi malintenzionati, ma devo dire che non mi pongo troppe limitazioni riguardo alle etichette, di solito la scelta ricade sui film consigliati da amici oppure “spinti” da alcuni blogger che seguo e stimo…
Il mio film preferito credo rimarrà sempre Dawn of the Dead, e qui mi ricollego all’infanzia: vedere quel film in giovanissima età mi ha certamente cambiato e influenzato negli anni a venire (e in qualche modo sono tornato all’horror, pardon)


Concludiamo questa bella intervista ringraziandoti di nuovo e terminiamo con l’immancabile quesito: cosa stai preparando al momento? Quali nuovi incubi stanno per essere generati dalle nebbie e dalle bialere di Idrasca?


Grazie a voi per lo spazio e le domande davvero interessanti!
Ho da poco terminato una raccolta di racconti che vedrà la luce nell’arco del 2021, un volume corposo che conterrà alcuni testi già editi e numerosi inediti scritti negli ultimi due anni. Dopo Eredità di carne sentivo l’esigenza di tornare a confrontarmi col racconto, un formato che mi è congeniale, e in questo volume mi sono sbizzarrito spaziando da testi brevissimi, piccole schegge di paranoia e delirio, passando per storie di media lunghezza, fino ad arrivare a due novelle sostanziose che considero l’anima di questo libro.
E adesso è quasi giunta l’ora di mettersi al lavoro su un nuovo romanzo…



scritto da: Andrea Gibertoni, 03/03/2021


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