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"L'Istituto" di Stephen King (recensione)!

Per molti lettori Stephen King è l'Horror.

Si tratta dell'autore col quale hanno scoperto la narrativa del brivido, quello che più li ha fatti emozionare, e forse resta il solo che frequentano.
Ogni discorso generale sulle opere di King non può prescindere dal successo mondiale dell'autore, che dura ormai da più di quarant'anni, dalla sua popolarità (un nuovo Dickens), dal fatto che il Nobel per la Letteratura prima o poi gli spetterà di diritto (noi glielo auguriamo di cuore).


Molti lo vedono come un dio e gli attribuiscono un'aura di infallibilità. Ma sbagliare un libro, prima o poi, capita anche ai migliori.
D'altra parte può subentrare il sospetto, o l'invidia. “Li scrive da solo, i libri?” si chiede qualcuno. Beh, ovviamente King può permettersi dei collaboratori e degli esperti di editing. Ma la teoria che vorrebbe il Re ormai incapace di scrivere e disposto a pagare migliaia di dollari per dei ghost writer ha poco senso e si smonta con due frasi, come ogni facile complottismo.
Se questi ghost writer sono tanto bravi, perché non conosciamo i loro capolavori? Perché non sono mai andati da un giornale a rivelare (per compensi milionari) la loro storia? Perché non hanno mai scritto bestseller come Io, schiavo di Stephen King?

 


Altri dicono che da tempo il Re stia avendo “una fase discendente”.
Io sostengo che questa definizione non è utile, e inquadra le opere di King in un modo molto impreciso.

Parliamoci chiaro: è fisiologico che dopo capolavori come La lunga marcia, Shining, L'ombra dello scorpione, Pet Sematary, It, uno scrittore rallenti un po'. Magari vuole esplorare altre strade. Vuole compiere degli esperimenti. Avreste accettato, del resto, un King che dal 1986 scrive sempre lo stesso libro, cambiando i nomi dei personaggi, l'ambientazione e la forma del mostro? Credo di no.

Comunque: analizziamo i romanzi. Quando sarebbe finita la “fase buona”?
Col 1987? (Misery?)
Col 1989? (La metà oscura?).
Con il 1992? (Il gioco di Gerald?) O anche questo non vi piace?
Beh, ma allora secondo voi Cujo, che è del 1981, sta alla pari con Pet Sematary (1983)? stiamo parlando di un libro sul cui processo di scrittura lo stesso autore ha dichiarato di non ricordarsi niente.
Più che di “fasi” io parlerei di opere riuscite e di opere meno riuscite, che si alternano nella produzione del Re.
Cujo, Desperation, Duma Key (che pure mi è piaciuto) sono probabilmente i romanzi meno felici.
Si leggono bene, perché King è sempre un grande intrattenitore. Ma sono davvero sensati? Le debolezze che ha come autore (tutti le hanno) qui spiccano più che mai: una certa tendenza a divagare, un umorismo non sempre limpido, i finali...
Soprattutto non direi che la “fase discendente”, se mai è esistita, duri fino ad oggi.

Non ho letto tutta la produzione dopo il passaggio al nuovo millennio, ma posso dire a colpo sicuro che Doctor SleepCell, La storia di Lisey, 22/11/'63, tutti pubblicati dopo il 2000, sono dei grandi libri.
Anche tra le antologie uscite dopo il salto al terzo millennio alcune spiccano. Al crepuscolo, Notte buia, niente stelle e Il bazaar dei brutti sogni, per esempio, contengono racconti fenomenali. E sono sicuro che If it bleeds, di prossima uscita, non ci deluderà.

 


Veniamo ora a L'Istituto.

È notte fonda a Minneapolis, quando un misterioso gruppo di persone si introduce in casa di Luke Ellis, uccide i suoi genitori e lo porta via in un SUV nero. Bastano due minuti, sprofondati nel silenzio irreale di una tranquilla strada di periferia, per sconvolgere la vita di Luke, per sempre

Alla verde età di 72 anni King torna al centro tematico della sua opera e sforna un capolavoro.
Personaggi, scene, dialoghi di questo romanzo vi rimarranno in mente per giorni, anche dopo che avrete finito di leggerlo.
Ho impiegato 48 ore ad arrivare alla fine del libro, come ai vecchi tempi. Un paio di giornate in cui per me le scene o i dialoghi o i personaggi descritti da King sono stati più reali di quello che mi accadeva intorno. Il lavoro, le complicazioni del lockdown per il Covid-19. E anche dopo mi sono rimasti in mente a lungo.

 



All'inizio, devo dire la verità, il romanzo non mi prendeva tanto. Non aspettatevi i fuochi d'artificio nelle prime pagine. È dopo qualche decina di pagine, che non potrete più smettere di leggere.

Qual è il segreto di questo romanzo?
Come fa a essere originale nonostante tratti un tema ampiamente già visto?

Si tratta di ragazzini dotati di poteri paranormali che vengono rapiti e finiranno per ribellarsi a chi li opprime. Non è uno spoiler; trovate questa sinossi in quarta di copertina, presa da un articolo di Publishers Weekly. (Chi non guarda nemmeno la quarta di copertina, per paura di rovinarsi la lettura?)
Una storia che King ci è ha raccontato molte volte, con alcune varianti, (Carrie, L'incendiaria, Shining, La Zona Morta, I Lupi del Calla, Doctor Sleep) al punto che, come autore, potrebbe essere il tipo di narrazione che lo identifica di più.
Nessuna storia è stata raccontata una volta per tutte, ma su questa sembra quasi che lui abbia messo un sigillo, una particolare forma di copyright. Non è un caso che serie televisive come Stranger Things abbiano, perfino nella grafica del titolo, chiari riferimenti alle sue opere.

L'Istituto è sempre la stessa storia? Potrebbe essere stata scritta negli anni'80?
Non proprio.
Cambiano i personaggi, ma soprattutto è originale il modo in cui ci viene raccontata.
La forza dirompente di questo romanzo è il realismo.
Questo è ciò che lo rende perfettamente adatto ai nostri tempi.

 


King non ha bisogno di pigiare il piede sull'acceleratore. Ci mostra personaggi buoni e cattivi, ed entrambe le categorie sono verosimili. Li sentiamo come persone che abbiamo già incontrato, che incrociamo tutti i giorni.
Sono umani. Troppo umani. Sia quando vincono, che quando perdono.
Anche i poteri paranormali dei ragazzini, in genere, non sono eccezionali. Molti di loro riescono al massimo a spostare con la mente gruppi di moscerini in volo, o il cartone di una pizza (vuoto).
Corriamo fino all'ultima pagina con angoscia e un vago senso di malessere, che nemmeno la vendetta dei “buoni” potrà cancellare.
Perché quello che abbiamo letto è vero.

 


È vero dal punto di vista letterale. Ci sono uomini e donne che, per obbedire agli ordini, non avrebbero problemi ad abituarsi a qualsiasi comportamento disumano. Ad alienarsi dalle proprie azioni, a considerarle comunque giustificate. Che arriverebbero a vedere un bambino di sei anni rapito e tenuto prigioniero dentro un istituto come una cosa. “Non un vero bambino”. E quindi potrebbero fargli di tutto.
Non c'è bisogno di andare ad Abu Ghraib o Guantanamo per vedere militari che ridono torturando i prigionieri accusati di terrorismo. Nè di salire su una macchina del tempo e tornare ai tempi del Terzo Reich. Nè di guardare le espressioni dei partecipanti alle manifestazioni pro-Trump (al quale King dedica un paio di frecciate efficaci). Sono accanto a noi, tra i nostri colleghi di lavoro, tra le nostre conoscenze. Non hanno mai sentito parlare dell'esperimento di Milgram ma ne confermerebbero in pieno i risultati.

 


Quello che racconta L'Istituto è vero anche da un punto di vista metaforico.
Cosa vuol dire crescere isolati e deboli in una società spietata? Vivere tra ingranaggi che sono stati costruiti per sfruttare le nostre capacità, per spremerci fino alla fine, finché è possibile?
Questo è il grande tema che sta dietro molte delle opere di King, da La lunga marcia, che fu il suo primo libro in assoluto (iniziò a scriverlo nel 1966–67 durante il suo primo anno alla University of Maine e cioè otto anni prima della pubblicazione di Carrie; La lunga marcia fu dato alle stampe solo nel 1979).

 

 

Ecco perché King con questo romanzo ancora una volta sa coinvolgerci e spaventarci: fa intendere che questa storia (poteri paranormali a parte) è assolutamente possibile. Che il mostro peggiore di tutti, ancora una volta, è dentro di noi.

E che lui, proprio come il ragazzino Nick, uno dei più riusciti personaggi del libro, non ha paura di dirlo.



scritto da: Andrea Berneschi, 08/05/2020


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