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"1922" (recensione). Alla fine, siamo tutti presi.

Così parlavo della novella 1922 nella recensione all’antologia kinghiana Notte buia, niente stelle (2010) che la contiene:


“Ci troviamo in una fattoria del Nebraska nel periodo che precede la Grande Depressione: presto ci accorgiamo di non essere in un idillio bucolico, ma in un mondo cupo, sporco, degradato. La violenza striscia ovunque come un serpente e contagia al suo passaggio i legami familiari, il sesso, i rapporti tra vicini; assume le forme della speculazione economica, della sopraffazione del forte sul debole, di una religione che opprime più che redimere. La moglie di un agricoltore vuol vendere un terreno ricevuto in eredità, ma lui si oppone: è convinto che prendere queste decisioni spetti agli uomini e che le donne farebbero meglio a non immischiarsi. Dopo alcuni litigi decide di ucciderla e di gettarne il cadavere in un pozzo. Il problema, secondo la lezione sempre attuale di Delitto E Castigo, è che pianificare un omicidio è la parte più semplice: il difficile viene quando lo si deve compiere materialmente e quando si devono affrontarne tutte le conseguenze”.

 


Questo basta ad avere un’idea della storia. Veniamo ora al film che ne ha tratto Zak Hilditch (l’autore di quell’altro capolavoro che è These Final Hours). Per dare a questa recensione la profondità che si merita, devo fare un passo indietro. Sono venti righe, poi torneremo alla storia dell’agricoltore uxoricida. Se in questo momento non vi sta andando a fuoco la casa, dunque, seguitemi.

 


Nell’adolescenza ho amato molto i libri di Stephen King. Apprezzavo il loro stile (apparentemente) semplice e pervaso di intelligenza, le immagini e i personaggi indimenticabili che regalavano; non ultima, la loro capacità di spaventare. Poi ho avuto un periodo in cui ho messo da parte King e gli ho preferito decisamente Clive Barker. Mi avevano stancato le storie in cui il Bene si scontra col Male, e tutta la mitologia cristiana collegata a questa eterna battaglia: preti che impugnano crocifissi contro vampiri, visioni del paradiso che danno conforto a Mother Abagail, acquasanta contro i demoni: questa roba, secondo me, in un horror non ci doveva essere. Volevo leggere storie in cui i mostri possono avere ragione, gli umani possono avere torto, e non c’è niente di definito a priori. In questo Barker era, ed è, il numero uno.

 

 

È arrivata infine la fase, intorno ai trent’anni, in cui anche King sono riuscito a rivalutarlo e a vederlo in modo più complesso. È vero, mi sono detto, l’immaginario del Re è cristiano fino al midollo. C’è chi ha dalla sua parte Dio (a volte sotto forma di Tartaruga), e c’è Randall Flagg che ha dalla sua Satana (che può farsi chiamare il Re Rosso o come diavolo, appunto, gli pare). Ma la cosa importante è una sola: King non fa l’errore di raccontarci che esistono delle Persone Buone (che sono nate così e si comporteranno sempre così, in ogni caso) e delle Persone Cattive. Nei suoi racconti ci sono angeli e ci sono demoni, campioni del Bene e del Male ma l’umanità è sempre un impasto delle due sostanze. 

 


Così è Wilfred James, protagonista di 1922, e così siamo tutti noi. Abbiamo dentro un “mestatore”. (Che strana parola, vero? Puro slang kinghiano; starebbe bene pronunciato dall’infermiera Annie Wilkies…). Uno spicchio di Male, pronto a venire fuori se solo gliene diamo l’occasione.

 


Nel film gli anni ’20 sono ricostruiti con sobria precisione: un mondo duro, patriarcale, spietato. Anche gli attori si sono calati appieno nei panni di persone semplici cresciute in case isolate tra sterminati campi; e non era facile. Di fatto, King e Hilditch avrebbero potuto ambientare questa storia nel medioevo. O al tempo degli antichi romani. O nella città di Ur. Anche nell’Italia dei giorni nostri, è vero, ma ci sarebbero stati troppi elementi di disturbo: telefonini, computer, pubblicità, colori e idee nuove. Questa storia, invece, deriva la sua forza dall’essere ridotta all’essenziale.

Non contano le coordinate geografiche e storiche, l’educazione ricevuta, l’ignoranza, la povertà, a Wilfred rimane la possibilità di scegliere. E sceglie il male, perché è già dentro di lui.

È una tragedia, nel senso vero del termine. Una tragedia cristiana.

 


Attenzione: Stephen King è cristiano non tanto dal punto di vista esteriore e formale, quanto in quello profondo del termine. 

Erich Auerbach in Mimesis (una di quelle letture che tutti quelli che si occupano di letteratura o di cinema dovrebbero fare) sostiene che nel mondo greco e romano nessun autore letterario prendeva mai sul serio i personaggi del popolo. L’avventura eroica era riservata agli dei e ai discendenti di famiglie nobili. I contadini, i poveri della città e gli schiavi potevano al massimo comparire in scene comiche. Arrivano poi dall’oriente due libri, il Vecchio e il Nuovo Testamento, e portano con sé possibilità di rappresentazione del tutto nuove. Visto che in quell’opera è presente un Dio che vede tutto e che mette continuamente alla prova i suoi fedeli, anche le azioni quotidiane che un povero pastore compie nella sua tenda nel deserto hanno la loro importanza. Si caricano di significati metafisici. Non contano solo gli eroici semidei discendenti di Venere o di Marte; la storia di ognuno, anche del più misero schiavo, è un mistero su cui dobbiamo riflettere con attenzione, perché ci riguarda: è il dilemma di un individuo che deve scegliere tra Dio e Satana.

Da qui, per farla breve, l'origine del realismo nell'arte occidentale...

 

 

Scegliere: il Bene o il Male.

Questo è il tema che sta al centro di tutti i romanzi e i racconti del re del Maine, da La Lunga Marcia a La Torre Nera. Adattato ai giorni nostri, ovviamente, e con forti influenze lovecraftiane: invece di Satana, forse è meglio parlare di Entità Malefiche: It, Randall Flagg, gli Uomini Bassi in Soprabito Giallo… sono loro, quelli che si scontrano davvero con gli uomini.

 


Il regista ha fatto un ottimo lavoro. Ha compreso qual è il tema di fondo della novella di King e l’ha rispettato. Ci sono scene disturbanti, ma l’immagine di un volto sfigurato che appare per un attimo non colpisce lo spettatore quanto la credibilità con cui è narrata la vicenda. È una storia che già conosciamo, ma vederla rappresentata ancora una volta, come un dramma sacro, e poi così bene, fa piacere. È la storia di Delitto e Castigo, ma anche quella de Il gatto nero di Poe; è la storia di Repulsion; che ci crediate o no, è la stessa storia di Shining.

Niente è stato studiato per coinvolgere spettatori giovani o facilmente annoiabili; anche per questo 1922 si può definire a ragione “un film d’autore”.

 

 

Una pianura sconfinata, un cielo grigio che nasconde potenze demoniache, e in basso i piccoli uomini che si affaticano per sopravvivere e che devono compiere delle scelte. Basta un attimo per precipitare nell’abisso. Perché (inserire a piacere il soggetto desiderato: il Destino/ Dio/ la Realtà Oggettiva) non dà scampo.

 

 

“Alla fine, siamo tutti presi”. 




scritto da: Andrea Berneschi, 21/10/2017


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