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A PROPOSITO DI FRANKENSTEIN...

C'è Frankenstein su Oltretomba, la sezione dedicata alla storia del cinema e della letteratura dell'orrore. Frankenstein, alcune stranezze e almeno un brandello della sua incredibile storia.

 

Nell'estate del 1816 a Villa Diodati sulle rive del lago Ginevra Mary Shelley non immaginava certo che la sua opera sarebbe diventata un classico della fantascienza e dell’orrore. Nonostante avesse le idee chiare fin da subito riguardo al fulcro della storia, probabilmente non era intenzione della Shelley fare una parodia del metodo scientifico e soprattutto dell’essere umano. Per lo meno non una parodia che con il passare del tempo avrebbe preso tutte le caratteristiche di una premonizione e che sempre più avrebbe finito per far riconosce l’uomo occidentale sia nei panni del dottor Victor Frankenstein che in quelli del mostro.

 

Mai avrebbe immaginato la nostra scrittrice infatti che Frankenstein e la sua creatura si sarebbero ben presto fusi in un'unica ombra destinata ad aleggiare sui due conflitti mondiali,  passando per Mengele fino alle ossessioni della biologia del Terzo millennio per poi arrivare su su, a Lady Gaga e il suo osceno vestito di carne.  Un’ombra che avrebbe finito per sovrapporsi a quella di ognuno di noi se pur con vari gradi di separazione e che solo in pochi sarebbero stati così sinceri con se stessi da accettare totalmente fino a deccidere di trasformarsi più o meno consapevolmente in una simbolica icona in grado metterci in guardia sui pericoli che correvamo a non cercare di controllare il nostro sempre più smisurato ego e soprattutto ad affidarci a dottori pazzi.

 

Michael Jackson fu uno di questi.

 

La vera vita dal punto di vista iconografico del Prometeo moderno era comunque cominciata alla fine "Ruggenti Anni Venti", quando per un incredibile serie di coincidenze in grado di generare un inaspettato effetto farfalla, Horace Liveright un produttore teatrale sull’orlo del fallimento e Peggy Webling una drammaturga dilettante che in precedenza aveva pubblicato alcuni romanzetti e portato in scena un Frankenstein in puro stile Grand Guignol si incontrarono se pur solo per posta, piuttosto casualmente.Fu però solo dopo che il drammaturgo John L. Balderston e il regista James Whale ci ebbero messo le mani che il nome Frankenstein divenne sinonimo di mostro verde con la testa squadrata.

 

Boris Karloff, il cui vero nome era William Henry Pratt, all’epoca era un attore dilettante che spesso guidava camion per un deposito di legname in attesa di una nuova parte e non pensava neppure lontanamente che un giorno Hollywood gli avrebbe garantito da vivere facendolo diventare IL volto, del cinema dell’orrore.A fargli vincere la sua personale tappa nella corsa dei topi che da sempre imperversa a Los Angeles tra gli attori in cerca del sogno americano, ci pensò Jack P. Price, capo del reparto trucco della Universal che per ideare la figura del mostro  a suo dire si rifece un po’ a tutto quello che all’epoca voleva dire progresso. Dall’età delle macchine, al cubismo, dall’espressionismo, al Bauhaus fino ad arrivare al design industriale.

 

Ad aggiungere il bullone d’acciaio nel collo del mostro ci pensò però l’illustratore di poster Karoly Grosz che con un tocco tanto semplice quanto geniale contribuì a legare indissolubilmente l’ambulante somma di cadaveri rianimata all’idea di un futuro che andava da qui all’eternità. La creatura di Frankenstein non era più solo un Prometeo moderno, ma anche una specie di uomo meccanico che trent’anni più tardi sarebbe stato riconosciuto come il padre di tutti i cyborg. D’altronde persino il modo per impartire il soffio vitale alla creatura ebbe le sfumature del presagio.

 

 “L’elettricità è vita” dichiarò alla stampa l’ingegnere elettrico Kenneth Strickfaden incaricato di creare il “potente macchinario” a cui aveva fatto riferimento nel 1816 Mary Shelley.

 

“Siamo solo un insieme di scintille con proporzioni variabili d’aria” aggiunse poi con una discreta dose di superficialità evidenziata tra l’altro da alcuni giornalisti.

 

Giornalisti del tutto ignari ovviamente del fatto che, se fossero vissuti abbastanza, meno di cento anni dopo avrebbero invece trovato tra i loro lettori milioni di internauti amanti della vita virtuale più che di quella reale pronti ad abbracciare e sottolineare le affermazioni di Strickfaden soprattutto se messi davanti alla malaugurata ipotesi di un black out di lunga durata.

 

Il Frankenstein di James Whale portò così in scena una creatura sospesa tra la giungla e il cielo, tra umanità e congegno meccanico, inserita in un’ambientazione vaga che sembrava essere il 1800, il 1931 e un futuro imprecisato fusi insieme. Ambientato in un villaggio tedesco abitato da gente che parlava con accenti inglesi e americani, il film di Whale andò manco a dirlo incontro alle forbici della censura, tanto che dovettero passare quasi cinquant’anni perché fosse proiettato nella sua versione integrale.

 

Nonostante questo però ottenne un notevole successo.

 

Karloff ricoprì il ruolo della creatura altre due volte prima di ritirarsi, ma la Universal proseguì la serie anche senza di lui, affidando la parte a Lon Chaney jr, Bela Lugosi e Glenn Strange fino a quando a metterci una pietra sopra ci pensarono Abbott e Costello con il loro umorismo di bassa lega.  A sorpresa Boris Karloff tornò a interpretare il mostro nel 1958 in Frankenstein 1970 proprio mentre la Hammer aveva preso in mano il testimone lasciato dalla Universal e aveva dato vita a una serie di film incentrati sul romanzo della Shelley.

 

Il primo titolo fu The Curse of Frankenstein. 

 

Dopo la serie della Hammer ci furono altri numerosi adattamenti anche se il grande pubblico tornò a riempire i cinema per vedere la storia del Prometeo Moderno solo nel 1994 con il Frankenstein di Mary Shelly girato da Kennth Branagh e con il mostro interpretato da Robert De Niro. Inutile dire che se il cinema ha fatto la sua parte, la letteratura non è stata da meno e che molti sono stati i seguiti letterari del romanzo originario, da “Le nuove avventure di Frankenstein” di Donald F. Gluy, al “Frankenstein Unbound” di Brian Aldiss per arrivare al recentissimo “Frankenstein l’Immortale” di Dean R. Koontz, titolo perfetto per chiudere il cerchio.

 

Il Frankenstein di Mary Shelley non è semplicemente uno dei tanti romanzi illustri che stanno alla base dell'immaginario dell'orrore, ma forse quelo più simbolico, dove l’uomo diviso fra luce e ombra, prova a dar nuova vita al futuro. Un futuro che da sempre potrebbe essere cielo, ma sembra sempre più spesso abisso, e si sa che quando si guarda nell’abisso, l’abisso guarda in te.

 

E cerca di prendere il tuo posto...

 



 





scritto da: Francesco Cortonesi, 28/10/2012


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