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"Nope": recensione dell'ultimo film di Jordan Peele!

Non lontano da Hollywood, in un ranch sperduto in mezzo al nulla, vengono addestrati i cavalli che saranno usati nelle produzioni cinematografiche. Il ranch è di proprietà di una famiglia, gli Haywood; fanno questo lavoro da generazioni. Un loro antenato, addirittura, prese parte a uno dei primi esperimenti tecnici legati alla storia del cinema (la serie di cronofotografie Sallie Gardner at a Gallop di Eadweard Muybridge).
Gli Haywood sanno portare un animale in scena, comunicare con lui, impedire che avvengano incidenti. Quando il vecchio Otis Haywood senior muore (per una pioggia di oggetti metallici, che viene ricondotta a uno strano incidente aereo) tocca ai due figli occuparsi degli animali: Otis "OJ" Jr. e Emerald "Em" Haywood. Durante i loro primi tempi al ranch, però, si accorgono che i cavalli sono spaventati da una presenza misteriosa. Nitriscono folli di paura, poi scappano e non vengono più trovati. Otis Jr, guardando verso il cielo, una notte crede di vederne uno che galleggia in aria, rapito verso le nuvole da una forza misteriosa.


Meglio non aggiungere altro sulla trama di Nope, terza pellicola di Jordan Peele dopo Get Out (2017) e Us (2019).
Se non che è un film da non perdere, e da vedere al cinema.
Ha un'ottima fotografia, come si vede dal trailer (un plauso per le scene notturne, difficilmente ne troverete di così affascinanti) e 49 minuti girati in IMAX. Personaggi solidi, umani, credibili, ognuno dotato di una storia personale e di motivazioni coerenti (quello che mancava all'ultimo Candyman, purtroppo; lì, ricordiamolo, Peele era solo sceneggiatore e produttore). Tra gli attori, oltre al superbo Daniel Kaluuya e alla bravissima Keke Palmer, una menzione d'onore va a Michael Wincott (era il villain principale de Il corvo, 1994: l'avete riconosciuto?).



La tensione sale e accelera magistralmente; parallela alla storia principale ce n'è almeno un'altra (l'incidente sul set con lo scimpanzé Gordy, che ricorda quello vero in cui rimase sfigurata Charla Nash nel 2009) e non è affatto gratuita, ma rinforza la tematica di base del film (qui non staremo certo a spiattellarvi in faccia di cosa si tratta). Nel finale Nope esplode; preparatevi a "qualcosa di mai visto prima".
Sono le stesse parole usate dal regista in un'intervista (questa). Poi lo si sente affermare, in sintesi: "Vorrei che gli spettatori considerassero questo film un horror, perché l'horror è il genere che amo di più, ma mi piace anche lavorare con altri generi. I generi sono categorie da sovvertire. Forse Nope non è solo un horror. Voglio che la gente sia spaventata da questo film, ma che non si limiti a provare solo paura".



Sappiamo, purtroppo, che a breve nei gruppetti horror su Facebook (che nel 90% dei casi sono gestiti dai peggio tamarri) la contaminazione del genere voluta da Peele sarà aspramente attaccata. Qualcuno scriverà "Nope non è horror" per denigrarlo.
Poveracci. A loro non basta che un film come questo faccia fino in fondo il suo lavoro di coinvolgere lo spettatore, di spaventarlo e di farlo emozionare. "Si avvicina una minaccia terribile che non conosciamo. I personaggi - a cui siamo affezionati - riusciranno a cavarsela?". Come dire al muro.  "Senso del meraviglioso"? Che vuol dire?

Non si tratta semplicemente di tamarri, ma di ottusi conservatori. Per loro ogni novità è incomprensibile e fastidiosa, e gli horror sono quelli col serial killer o col vampiro o con lo zombie, e basta.

Ma se pensano che una nuvola sia solo una nuvola, lasciamoglielo pensare.



scritto da: Andrea Berneschi, 18/08/2022


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