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"Candyman" di Nia DaCosta (2021): recensione!

Candyman di Nia DaCosta non è propriamente un reboot: si tratta piuttosto di un seguito dell'originale diretto da Bernard Rose nel 1992 (film raffinato, dotato di molti livelli di lettura, imperdibile) e tratto dal racconto di Clive Barker Il proibito, contenuto nel quinto dei Libri di sangue

 


Nel racconto di Barker Candyman era “un bianco dalla pelle giallastra”; il film di Bernard Rose lo ha rappresentato come un uomo di colore, consacrandolo come uno dei più amati assassini della storia del cinema horror, tanto iconico da stare alla pari di Freddy Krueger, Jason Voorhees, Michael Myers e gli altri.

 


Non è un mostro né un violento dalla nascita. Era un artista, un pittore di fine '800; colpevole di avere amato una donna bianca venne linciato e torturato a morte da una folla inferocita, che tra l'altro lo mutilò e gli scatenò contro uno sciame di api. Dopo la sua morte da questa terribile vicenda nacque una leggenda urbana: bastava nominarlo per cinque volte davanti allo specchio per vederselo comparire in spirito, uncino e furia omicida. Proprio per scrivere una tesi su questa diceria la studentessa universitaria (bianca) Helen Lyle decise di compiere delle indagini nel quartiere-ghetto di Cabrini Green, dando il via a una ricerca che si sarebbe trasformata in una discesa agli inferi.

 


Almeno due storie confluiscono nel mito di Candyman: quella del “pazzo con l'uncino” (un classico tra i campeggiatori, a quanto pare) e quella di “Bloody Mary” (ripetendo questo nome davanti allo specchio dovrebbe apparire un'entità malvagia); ce ne sono poi altre, ad esempio quella del ragazzino che viene mutilato in un bagno pubblico. Le leggende urbane sono un ingrediente essenziale del personaggio: Candyman è un fantasma che esiste fino a quando qualcuno si ricorderà di lui.  

 


Chi resta nel 2020 a tramandare la sua memoria?

Cabrini Green non è più un quartiere degradato, ma gentrificato: lo hanno demolito quasi del tutto per ricavarne appartamenti eleganti. La leggenda dell'uomo con l'uncino sopravvive, storpiata, come pura curiosità macabra. Anthony McCoy (Yahya Abdul-Mateen II), un artista (pittore, guarda caso) in cerca di ispirazione e visibilità, dopo esserne venuto casualmente a conoscenza inizia lo stesso percorso di ricerca che portò Helen alla rovina. Coinvolgendo quelli che gli stanno attorno, tra cui la compagna (Teyonah Parris), critici, proprietari e frequentatori di gallerie d'arte.

 


Ambientare la storia di Candyman in un ambiente borghese è un'idea coraggiosa, quasi temeraria, ma ha le sue ragioni. Non abbiamo davanti squallore, superstizione e povertà, ma interni ben decorati, eventi mondani, persone civili: eppure il fantasma torna a colpire. Come a dire che cambiare l'esteriorità di un luogo non muta la sua anima, e soprattutto non cancella le ingiustizie che vi sono avvenute. “Certe storie e certi dolori durano per l'eternità” dirà a un certo punto Burke (Colman Domingo), uno dei vecchi abitanti di Cabrini Green.

 

 

Bella l'idea di rappresentare gli eventi del passato con figure che sembrano ritagliate nel cartone; mi ha ricordato un po' gli effetti grafici di The Babadook. Addirittura geniale la scelta di insistere sul “tema dello specchio”: dai loghi rovesciati delle case di produzione a inizio film, alle inquadrature degli edifici, al fantasma che compare negli specchi ma resta invisibile nella realtà. È davanti allo specchio che puoi evocare Candyman. Le storie di discriminazione e di esclusione riguardano tutti noi. Nello specchio vediamo riflessa la nostra immagine: siamo una vittima, un carnefice o un rabbioso spirito vendicatore? Allo stesso modo, indagando su una leggenda urbana potremmo scoprire che quella storia parla proprio di noi, di qualcosa che avevamo dimenticato. 

 


Il tema principale non è più quello del degrado urbano, ma quello del razzismo e della violenza contro le minoranze di colore. Non c'è nessun white savior. Il fantasma  non è ossessionato dalle bionde. Nemmeno di sfuggita incappiamo in stereotipi e cliché. Per la prima volta, soprattutto, la storia può essere raccontata da una regista di colore; tra gli sceneggiatori e i produttori figura il grandissimo Jordan Peele.  Trattandosi del primo killer soprannaturale di colore, oltretutto vittima di un linciaggio razzista, un film su di lui girato dal punto di vista della comunità afroamericana era più che necessario.

 


Dopo aver visto i trailer avevo aspettative altissime: sono uscito dalla sala convinto di avere visto un bel film, ma non ero spaventato o particolarmente soddisfatto. Sarà stata colpa anche dell'orario assurdo (il multisala lo dava solo dopo le 22.30; oltretutto c'è stato un errore nella programmazione per cui  hanno invertito la sala con quella in cui si proiettava Fast & Furious 9, lasciamo perdere). Sarà anche che negli ultimi anni sono stato abituato troppo bene: dopo It Follows, Get Out, Hereditary, Possessor e film del genere, cosa attendersi da un horror se non un capolavoro assoluto a cui ripensare per giorni e giorni?

Sarà, probabilmente, che credevo fosse un altro tipo di film. 

 


Se andate a vedere questo Candyman aspettandovi uno slasher, un horror impegnato grondante sangue e catarsi, ne uscirete immancabilmente delusi.

Il modo giusto per approcciarsi a questo film è quello di considerarlo un tributo e un atto di amore verso il personaggio del 1992; la struttura del film viene reinterpretata, stravolta, forse addirittura rovesciata, come in uno specchio. 

 


Gli omicidi, tanto per cominciare, sono relegati in secondo piano: si vedono da lontano, o di sbieco, indirettamente: scelta interessante, ma che avrebbe potuto essere sviluppata in modo più efficace. C'è bisogno di mostare squartamenti ripresi da vicino, per terrorizzare gli spettatori? Certo che no. Ogni amante del genere sa che nei film horror quello che viene immaginato spaventa più di quello che si vede. Neanche nel sopracitato It Follows i momenti di terrore sono legati al sangue o allo splatter. Potrei citare (oltra a una certa scena di Le Iene), decine di film in cui la tensione o l'atmosfera morbosa contano più degli schizzi di sangue, etc., etc. (Ma la tensione o l'atmosfera io le vorrei sentire davvero. Come in Us per esempio).

 

 

Il secondo punto controverso riguarda i personaggi, che non spiccano per la loro tridimensionalità. A partire dai protagonisti, l'artista Anthony McCoy e la sua compagna (che tra l'altro ha alle spalle una storia tragica, accennata e poi abbandonata), per finire con alcune delle vittime del fantasma. Il discorso vale per lo stesso Candyman. Nel film del 1992 aveva un fascino ambiguo, era una specie di Dracula dei quartieri popolari: un principe delle tenebre che uccide indifferentemente buoni e cattivi, tormentato da un amore impossibile. La DaCosta ha rimodellato la sua figura sfrondandola di ogni ambiguità ideologica: un lavoro che non dev'essere stato per niente facile, e che ha svolto benissimo. E ha avuto la conseguenza di cambiare profondamente il carattere del fantasma con l'uncino.

L'obbiettivo della regista non era creare un personaggio che stesse alla pari con quello interpretato da Tony Todd (impresa sovrumana) ma riscriverlo, aggiornarlo conferendogli un nuovo significato. Il Candyman del 2021 non è il fantasma di un singolo individuo, ma “un alveare”, l'effetto di secoli di ingiustizie e di discriminazioni, che si può incarnare in vari corpi. Sceglie le sue vittime in modo molto diverso, ha altre motivazioni, un altro modo di apparire e di uccidere.

 


Questo Candyman, insomma, è un enigma. Un film dalla regia curatissima, rifinito nei minimi dettagli, i cui personaggi non provocano forti reazioni emotive (a parte nel finale) e che ci presenta scene di azione abbastanza fredde, se comparate con quello a cui siamo abituati.

Evidentemente Nia DaCosta aveva altre priorità. Ha scelto di rischiare, di creare un horror come forse non erano mai stati fatti, un prodotto che potesse interessare i nuovi spettatori (quelli che non conoscono il film del 1992) e chi apprezza i capolavori horror dell'ultimo decennio. 
Ha funzionato: si tratta del primo film diretto da una donna afroamericana ad aver debuttato al n. 1 delle classifiche U.S.A.. Scusate se è poco. Un buon segnale, non solo per il cinema horror.

 


Candyman è stato evocato con le dovute attenzioni (chi si approccia a certe storie senza rispetto, lo sappiamo, fa una brutta fine); se quando appare non è come ce lo  aspettiamo dobbiamo portare pazienza, cercare di comprenderlo. Meglio così, in fondo, che uno scialbo reboot o un seguito che ripete stancamente ciò che già conoscevamo.

 


Pronunciamo il suo nome ancora una volta davanti allo specchio. E visto che siamo qui, esprimiamo un desiderio: che il prossimo horror della DeCosta sviluppi un'idea originale. Che le case produttrici si fidino di lei. Che le lascino piena libertà. Vogliamo essere spaventati.



scritto da: Andrea Berneschi, 05/09/2021


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