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Recensione per "Wrong Turn" (2021)!

Ogni appassionato del genere horror dovrebbe volere almeno un po' di bene alla saga di Wrong Turn. Quando è uscito il primo capitolo, nel 2003, eravamo ancora nell'onda lunga della marea di slasher adolescenziali che avevano dominato gli anni '90, e il film di Rob Schmidt faceva un ottimo lavoro nel fingere di appartenere allo stesso genere: un cast di bei volti noti soprattutto per la televisione (Eliza Dushku, Jeremy Sisto, Lindy Booth...), un paio di omicidi fuori campo, la tensione che saliva poco a poco ma che non sembrava promettere nulla di diverso rispetto alla tutto sommato rassicurante sequela di morti a cui eravamo abituati. E invece ecco l'orrore, il sangue, la bassa macelleria. Niente di particolarmente originale o rivoluzionario, ma un ritorno al passato sicuramente gradito in un periodo di fiacca come quello. E il fatto che siano usciti ben cinque seguiti, dei quali i primi due almeno discreti, è la dimostrazione che il suo neanche tanto piccolo spazio nella storia del genere Wrong Turn se l'è guadagnato.

 

 

È per questo che ero curioso di scoprire qualcosa di più riguardo al nuovo Wrong Turn. Che, gli autori ci tengono a precisarlo, non è un remake, non è un reboot, non è un sequel ma è un...reemagining? Come si chiama una cosa del genere? Comunque, se la vecchia serie di film seguiva la formula "gruppo di persone a caso si imbatte in una comunità di mutanti cannibali" qui la storia è decisamente diversa.

Si comincia con un padre (Matthew Modine, irriconoscibile) che arriva negli Appalachi alla ricerca della figlia scomparsa, ricevendo in risposta il solito campionario di sguardi diffidenti, avvertimenti e ostilità. Dopo questo prologo torniamo indietro di sei settimane e scopriamo che la figlia (Charlotte Vega) aveva intenzione di percorrere l'Appalachian Trail insieme al fidanzato e a un gruppo di amici. Anche loro erano stati avvertiti di non lasciare il sentiero segnato, ma come ogni bravo giovane da film horror se ne fregano e vanno alla ricerca di un fantomatico fortino delle guerra civile che si troverebbe – ancora in condizioni quasi perfette – nella zona. Seguono ore e ore di camminata che sembra non portare da nessuna parte, un terribile incidente che costa la vita a uno di loro, avvistamenti di qualcosa di strano all'orizzonte e infine l'incontro con la comunità di autoreclusi, che da secoli vivono separati dalla civiltà seguendo le proprie leggi. Solo che malgrado le apparenze questi non sono dei cannibali mutanti e incestuosi. Tutt'altro.

 

 

Il regista Mike P. Nelson (il suo esordio The Domestics era un apocalittico molto divertente) prova a tenere insieme un sacco di cose complicate e a farne un film diverso dal solito: non un survival, non solo uno slasher, in parte una critica sociale (di grana molto grossa). Un tentativo che potrebbe anche funzionare, se solo si fosse ricordato di inserire anche un dettaglio fondamentale per ogni horror veramente riuscito: dei personaggi costruiti in maniera decente.

 

 

Il gruppo di protagonisti sembra essere costruito per stereotipi (la coppia interraziale e quella gay, lo sfrontato e il timido, l'intelligente e il festaiolo) e in un primo momento sembra dover mettere in piedi una di quelle parodie consapevoli che provano a destrutturare il genere. Non sembra possibile che non ci sia almeno una secchiata di autoironia nel dialogo dentro il bar in cui il classico bifolco dell'America profonda accusa i ragazzi di non aver mai fatto un lavoro vero, e loro rispondono elencando roba tipo "lei è videomaker, lui lavora in una onlus per la sostenibilità ambientale, loro hanno un club". Solo che andando avanti il dubbio viene.

Possibile che questo film sia stato scritto dallo stesso Alan B. McElroy autore della sceneggiatura dell'originale? Il film è tecnicamente ben fatto e il cast ce la mette tutta, ma sembra propria la struttura narrativa a non reggere. Chi sono i personaggi? Cosa vogliono? Perché dovremmo fare il tifo per loro – o contro di loro? Perché ce ne dovrebbe importare qualcosa? Sono domande fondamentali che non hanno una vera risposta, o ce l'hanno solo parzialmente. Non basta.

 

 

Nella seconda parte Wrong Turn diventa un delirio più affascinante. L'ambientazione aiuta, visivamente c'è qualche scelta di qualità, Bill Sage è un'ottima scelta come capo della comunità e anche il suo look non scontato aiuta a immergersi maggiormente nella vicenda. Ma è troppo poco, troppo tardi. La sensazione è che il film sia una gigantesca occasione perduta, e anche il finale non contribuisce a migliorare la situazione.



scritto da: Michele Borgogni, 16/02/2021


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