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"Relic" (recensione)!

Quando un film finisce al primo posto delle classifiche di fine anno di Bloody Disgusting e di Lucia Patrizi sul blog Il Giorno degli Zombi si capisce che non è una cosa da ignorare. Eppure mi ero completamente perso Relic, complici un anno così disastroso e la classica impossibilità di reperire un sacco di cose interessanti nel nostro paese. Si tratta dell'esordio alla regia di Natalie Erika James, giovanissima australiana che finora aveva nel proprio curriculum qualche cortometraggio ma che dimostra fin da subito una padronanza del mezzo-cinema impressionante.

 


Relic è la storia di tre donne: nonna, madre e figlia. Edna, la matriarca, non da notizie di sé da qualche settimana, così Kay e Sam, figlia e nipote, vanno nella sua casa a controllare se le è successo qualcosa. Ma nella vecchia, grande casa in mezzo al bosco non c'è nessuno. Edna sembra scomparsa all'improvviso, ha lasciato il cibo a marcire, le candele a metà, la casa piena di bigliettini per aiutarla a ricordare le cose più semplici di ogni giorno. La scomparsa viene denunciata alla polizia e le due donne cominciano le ricerche. Il figlio del vicino, un ragazzo affetto da sindrome di Down, dice loro che non andava a visitare Edna da un po' perché suo padre gliel'aveva vietato; inoltre la casa scricchiola, cigola, sulle pareti compare un po' dappertutto un'orribile muffa nera. Sembra la classica casa stregata, e a turbare i sogni di Kay arrivano anche gli incubi di cadaveri e vecchi segreti.

Ma non è così semplice come sembra: il giorno dopo Edna ricompare, scalza e sporca, non vuole dire dove è stata, sembra non rendersi conto della preoccupazione della famiglia. È cambiata: passa da momenti di grande lucidità ad altri di confusione nei quali diventa spaventata e persino violenta. Lasciarla sola sarebbe impossibile, ma convivere con lei potrebbe essere anche più difficile...

 


L'horror ha spesso trattato il tema della malattia e della paura della morte, ma Relic tenta una strada ancora più difficile, e affronta ciò che viene prima della morte: la perdita di se stessi, della propria coscienza, della memoria degli altri. È un tema così complesso che ogni spettatore sarà costretto ad affrontarlo in maniera personale, basandosi sulle proprie esperienze e sul proprio dolore.

La James non nasconde e non addolcisce nulla, ti sbatte in faccia la verità, costruendo metafore evidenti (il labirinto, la casa decadente, la muffa) ma non per questo meno efficaci e mostrando esplicitamente l'inevitabilità di un destino che non si può sconfiggere. Lo fa seguendo una strada lenta, a tratti pesante, ma anche avvolgente e ipnotica.

Relic è un film che ti distrugge con i suoi piccoli dettagli, i cambiamenti minuscoli e terribili, la banalità delle sconfitte delle protagoniste. Fino a un ultima mezz'ora terribile e a una scena finale che fa malissimo come poche altre.

 


Il paragone con Babadook è facile, perché anche in quel caso si trattava di un film australiano diretto da una regista esordiente che faceva leva su una paura in qualche modo inevitabile come quella della maternità. Relic è meno immediatamente di impatto ma è anche più universale, ti cresce dentro e ti consuma, proprio come una malattia.

Un lavoro di questo tipo non sarebbe stato efficace senza tre prove di attrici sensazionali, completamente immerse in una storia che non poteva rischiare di finire troppo piatta o in preda all'overacting. Robyn Nevin, Emily Mortimer e Bella Heathcote sono in stato di grazia, e regalano a Relic tutta la credibilità di cui aveva bisogno. 

 


C'è anche molto altro: un ottimo uso della camera, una bella fotografia, scene d'azione ricche di pathos e momenti di dramma intenso; c'è paura, trasporto, ma soprattutto c'è dolore.

L'horror è anche questo, è uno strazio che ti fa sempre più male ma al quale è impossibile sottrarsi. Film straordinari come Relic sono l'ennesima prova della bellezza e della straordinaria varietà di questo genere.



scritto da: Michele Borgogni, 06/01/2021


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