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"Oscar insanguinato" (recensione)!

Oscar Insaguinato fa parte di un breve e pittoresco filone del cinema anglosassone iniziato con L'abominevole dr. Phibes (1971) e proseguito con Frustrazione (1972), entrambi diretti da Robert Fuest: commedie macabre o thriller ironici, costruiti intorno alle camaleontiche interpretazioni di un attore che non ha bisogno di presentazioni come Vincent Price.

 

 

Qui interpreta, per l'appunto, un grande attore teatrale che, dopo essersi finto morto per annegamento, compie un'elaborata vendetta nei confronti dei critici che lo hanno sempre snobbato e gli hanno negato il premio al quale aveva sempre ambito. Quale modo migliore di vendicarsi, per un appassionato cultore di Shakespeare, se non uccidere i critici uno dopo l'altro ispirandosi alle più cruente esecuzioni presenti nelle tragedie dell'immortale bardo?

Così, c'è chi si ritrova infilzato da una lancia e trascinato in giro da un cavallo come nel Troilo e Cressida; chi subisce l'asportazione della “libbra di carne” resa celebre dal Mercante di Venezia; chi muore affogato in una botte di vino come nel Riccardo III; e perfino chi mangerà inconsapevolmente un pasticcio di carne realizzato con i cadaveri dei propri “figli” (ovvero degli adorati cagnolini) come Tamora nel Tito Andronico.

 

 

Price (a cui nella versione italiana presta opportunamente voce lo storico doppiatore Emilio Cigoli) non si risparmia in un'interpretazione volutamente enfatica ma anche piena di classe, dove i roboanti monologhi del protagonista risultano tanto più credibili quanto più innervati di (auto)ironia. La scenografia, la musica, i trucchi di regia danno vita a uno spettacolo colorato, truculento, grandguignolesco, che trova il suo culmine nelle sequenze degli omicidi, inscenati ovviamente come rappresentazioni teatrali via via sempre più efferate (e improbabili) man mano che la trama prosegue.

 

 

A ricordarci che siamo in una produzione britannica c'è l'understatement umoristico dei momenti di indagine affidati a Scotland Yard, deliziosamente in contrasto con il tono sopra le righe delle scene con Price. Sullo sfondo dell'operazione è facile intravedere un attacco al mondo dei critici di professione (le vittime degli omicidi sono tutte raffigurate come perfetti imbecilli), e la presenza di Vincent Price, regolarmente sottovalutato in vita e relegato ai ruoli di serie B, non può che conferire ulteriori sottotesti autobiografici: elementi che, tuttavia, poco aggiungono al divertimento di questa adorabile baracconata a base di sangue, teatro e ironia. Il regista Hickox, per la cronaca, in seguito non ha realizzato quasi più nulla di rilevante.



scritto da: Jacopo Rossi, 30/12/2020


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