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"La Babysitter - Killer Queen" (recensione)!

McG è un simpatico cazzone. Lo si poteva intuire anche dal nickname con cui ha scelto di farsi chiamare: non puoi essere un cinquantenne di nome McG e allo stesso tempo farti prendere sul serio. Al massimo puoi essere quel vicino di casa un po' suonato che si coltiva l'erba in cortile, o l'ex bassista di un gruppo nu-metal degli anni '90 che non si è ancora reso conto che adesso va di moda la trap. McG probabilmente è entrambe queste cose, ma allo stesso tempo è anche il regista al quale sono stati affidati film da centinaia di milioni di dollari di budget come Terminator: Salvation (ok,il peggior Terminator), megastar come Tom Hardy in Una Spia non Basta (ok, il peggior film di Tom Hardy) e franchise universalmente conosciuti come Charlie's Angels (incredibilmente, forse il suo film migliore... fino a qualche anno fa).

 

 

Poi nel 2017 il signor Netflix gli ha bussato alla porta. McG deve avere aperto in vestaglia, nascondendo la canna dietro la schiena. Netflix ha tossito un po', ha allontanato il fumo con la mano ... La conversazione deve essere andata più o meno così.

 

 

«Senti McG, ammettiamolo... i tuoi ultimi film non sono andati benissimo. 3 Days to Kill era imbarazzante... Cosa volevi fare? Trasformare Kevin Costner in un vecchio eroe d'azione alla Liam Neeson? Missione clamorosamente fallita. Senti facciamo così, noi abbiamo bisogno di produrre un sacco di film a caso e comunque il tuo nome è ancora conosciuto. Ti diamo una manciata di soldi a caso e distribuisci il tuo nuovo film in esclusiva sulla nostra piattaforma. Ci stai?» 

«Uuuhhh.... chi hai detto che sei?»

«Netflix

«Quelli delle videocassette?»

«No, non siamo più negli anni '90.»

«Cazzo, continuo a dimenticarmene. Comunque ok, a patto che possa continuare a fumare.»

 

 

Il risultato, uscito nel 2017, è stato La Babysitter, un film riassumibile con l'addizione Mamma ho perso l'aereo + La Casa. Ma più che altro Mamma ho perso l'aereo. E in più con Samara Weaving, vero valore aggiunto di tutta l'operazione. La Babysitter è stato un buon successo, è piaciuto a molti e se ne è parlato tanto. Non era un capolavoro, ma un divertentissimo splatter cartoonesco pieno di trovate esilaranti e Samara Weaving. L'ho già detto che mi piace Samara Weaving? Con la premessa di cui sopra, pensavate non ne facessero un sequel?

 


Il sequel, uscito qualche giorno fa, è La Babysitter – Killer Queen. L'odioso mocciosetto Cole,  protagonista del primo film, è cresciuto, ora è un odioso adolescente che viene preso in giro da mezza città perché è ancora sconvolto dagli avvenimenti del primo film (e dall'assenza di Samara Weaving). Nessuno gli crede, neanche i genitori che lo imbottiscono di pillole pensando sia fuori di testa. Solo l'amichetta Melanie gli rimane vicino, e una festa in una barca sul lago sembra poter essere l'occasione per cominciare davvero una nuova vita. Peccato che – ovviamente – il culto ritorni, e che serva ancora il sacrificio di un innocente per il solito patto col diavolo.

 


L'idea di La Babysitter – Killer Queen è sbagliata fin dall'inizio. Fin dal titolo, direi: la babysitter non c'è più (ok, almeno fino al finale del film... non è neanche uno spoiler, dai), e Killer Queen... perché? Giusto per metterci la canzone dei Queen, punto di forza di una colonna sonora che riprende un sacco di classici anni 70-80 e infarcita di citazioni. È tutto sbagliato perché del primo film funzionavano tutto il sistema di trappole e trucchetti dentro la casa e Samara Weaving (sì, sempre lei), mentre il secondo sposta la vicenda all'esterno trasformando la storia in una specie di goffa caccia al coniglio, e prova a introdurre una nuova villain che fa del suo meglio ma non ha il carisma dell'originale, insieme a una nuova aiutante (Jenna Ortega, la giovane Jane the Virgin) che è un ovvio veicolo di redenzione.

 


In più, McG preme ancora più forte sul pedale della stupidità. Già La Babysitter non era un esempio di stile e moderazione, ma qui i colori si fanno più saturi, gli effetti sonori più rimbombanti, la grafica più ingombrante e lisergica, il sangue ancora più esagerato, finendo per perdere completamente ogni parvenza di horror e rinchiudendo il film nei binari di una parodia che non riesce a sorprendere mai. Se nel primo film i comprimari erano delle macchiette, qui riescono nell'ardua impresa di essere ancor meno caratterizzati, e letteralmente i loro caratteri potrebbero essere definiti con una/due parole al massimo. 

 


Intendiamoci, Killer Queen ha ritmo da vendere e strappa qualche risata, perché è molto difficile che film di questo tipo riescano ad annoiare. Il cast ce la mette tutta per correre da una parte all'altra mantenendo sempre alta l'attenzione, e alcune trovate (tipo il momento Street Fighter, o la scena romantica principale) funzionano piuttosto bene. Non è tutto da buttare ed è un film che si guarda volentieri in una serata senza impegno, ma è uno dei classici esempi di sequel del quale non ci sarebbe stato bisogno, o meglio che prende la strada opposta a quella che avrebbe dovuto. Dateci un prequel/spinoff con Samara Weaving che corre dietro ai bambini impugnando un'accetta o chiudete qui il franchise!



scritto da: Michele Borgogni, 15/10/2020


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