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"May the Devil take you" (recensione)!

Nella prima scena del film l'imprenditore Lesmana è in compagnia di una strega e partecipa a un rituale occulto; il patto con le forze degli inferi (che si tratti di Satana o del suo corrispettivo islamico Iblis non fa differenza: gli ingredienti rimangono teste di capro, pugnali, sangue, pentacoli) lo porta a una rapida scalata economica e al matrimonio con una bella ex-attrice. Le gioie che si aspettava risultano però alquanto amare: non solo finisce in bancarotta, ma quando si trova malato in un letto di ospedale (spaventose eruzioni cutanee, ictus, gli organi interni stanno collassando) sua moglie si rifiuta di andare a trovarlo, e nemmeno i figli dimostrano di essere interessati a lui (semmai li vediamo schifati). “Karma!” gli sussurra all'orecchio la figlia Alfie.

 


Ci spostiamo in una grande villa al centro della foresta, vero e proprio topos del recente cinema horror indonesiano. È qui che i giovani (e soprattutto: le ragazze) devono fare i conti col passato, e sbrogliarne la matassa.

La discesa nelle rovine dell'edificio, che sono anche le rovine di una famiglia, li mette a dura prova: sinistre apparizioni, una tigre imbalsamata che si anima, e il risveglio di un'entità demoniaca nascosta in cantina, che prende possesso degli esseri umani e li trasforma in belve assetate di sangue. 

 

Tra i modelli del film deve esserci di certo La Casa di Raimi (nei siti horror specializzati qualcuno parla  di May the Devil take you come dell'Evil Dead indonesiano). Questo è senz'altro un aspetto positivo: più che all'attuale estetica americana Tjahjanto sembra appunto rifarsi a questo cult, e anche (potrei prendere un abbaglio, ma ne dubito) a quella dei classici italiani degli anni '70 e '80: unghie che si spezzano, pareti che nascondono atroci segreti, un'estetica dello sporco, del fango, del dettaglio macabro. I riferimenti, da questo punto di vista, sembrano soprattutto Fulci e il migliore Argento (il finale, senza spoiler, potrebbe essere un omaggio a una scena indimenticabile di Phenomena...).

 


Timo Tjahjanto (già co-regista di Macabre) si conferma bravissimo a gestire la suspense e a shockare il pubblico con un'esplosione di gore e di scene cruente. Pochissima CGI (se non in due o tre momenti, ma quasi invisibile), pochi jumpscare, molte scene di grande impatto. Anche i personaggi sono interessanti e gli attori si dimostrano validi nell'interpretarli.

 


La parte meno interessante di May the devil take you viene verso la metà della pellicola, quando l'orrore è già scatenato e vanno in scena flashback e gli approfondimenti psicologici di alcuni personaggi, che purtroppo risultano poco originali. Il film si sarebbe potuto ridurre di una ventina di minuti senza fargli perdere nulla (anzi, sarebbe risultato più compatto ed espressivo). Si riscatta invece nel finale, crudo e emozionante.

 


In definitiva, si tratta di un ottimo horror di intrattenimento.



scritto da: Andrea Berneschi, 16/08/2020


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