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"My friend Dahmer" (recensione)!

Anni '70. Il giovane Jeff frequenta la classica High School di una piccola cittadina dell'Ohio, e non riesce a farsi degli amici.

Non è un ambiente incoraggiante. Nei corridoi il bullismo tra studenti è all'ordine del giorno, e gli insegnanti sembrano non accorgersene, né pensare che in qualche modo si possa intervenire per fermarlo. Nemmeno fanno niente per coinvolgere gli studenti o per tentare di capirli; un professore addirittura dorme durante la lezione. 

Non migliore è la situazione familiare di Jeff; il padre è spesso assente, forse è ossessionato dal proprio lavoro; la madre è nevrotica e si imbottisce di pillole. Alternano nei confronti del figlio la più totale indifferenza a drastiche proibizioni. Nessuno insomma dimostra la volontà di comprendere il suo punto di vista, né il suo carattere, né il suo orientamento sessuale (l'idea che un adolescente possa essere un omosessuale, in quel tempo e in quel luogo, è del tutto inconcepibile).

 

 

Jeffrey Dahmer passa l'adolescenza in solitudine, finché un giorno, per caso, risponde a uno dei suoi insegnanti “facendo il matto”; in un altro episodio, anche per sfogare la rabbia accumulata, simula delle convulsioni epilettiche nel corridoio della scuola. Tutto ciò viene trovato spassoso da un gruppo di suoi coetanei, che cominciano a coinvolgerlo nei loro scherzi, fino a fondare un “Dahmer fan club”. A capeggiarli è il simpatico John Backderf (Alex Wolff, a un anno dalla splendida interpretazione in Hereditary) che trova una via di fuga dalla mediocrità e dalla noia di quella cittadina nella comicità (indossa una maglietta con la scritta National Lampoon) e nel sogno di diventare un autore di fumetti. Ma quello che per John e i suoi amici è spettacolo umoristico, ribellione, forse anche performance artistica, per Jeff è soprattutto un modo disfunzionale di affrontare la società in cui vive, di cui stenta a capire i meccanismi.
Anni dopo, quando tutto il mondo conoscerà Dahmer come “il cannibale di Milwaukee”, sarà proprio John Backderf a realizzare un fumetto sul periodo in cui quello strano adolescente non era ancora esploso, e forse, chi può dirlo, se la società avesse agito in tempo, lo si sarebbe ancora potuto salvare. 

 


Perché questa, come avete già capito, è una storia vera.

 


Non so chi ha postato questo video su Youtube (tranquilli, non contiene spoiler) ma mi sento davvero in debito con lui. L'ho trovato per caso cercando musica che mi facesse compagnia mentre scrivevo non ricordo più che cosa; la prima volta ho solo sentito la canzone Psycho killer dei Talking Heads, che ovviamente già conoscevo; poi l'algoritmo me l'ha riproposto e ho dato un'occhiata alle immagini. Solo in seguito sono arrivato a scoprire che erano tratte da un film del 2017, appunto My friend Dahmer, tratto dall'omonimo fumetto di Derf Backderf (pseudonimo di John Backderf, che come dicevamo fu compagno di classe Dahmer e forse la figura che per lui più si avvicinava a un amico).

 


Avete visto il video? Come trailer sarebbe perfetto. Si capiscono già quattro caratteristiche fondamentali di questo film.

Prima caratteristica: benché racconti la vita di un serial killer, le scene sono solari e luminose. Espediente già visto, verrebbe da dire: quelli sono colori e luci che ingannano, perché in realtà, per contrasto... E invece no. Per quasi tutta la sua durata, My friend Dahmer è persino un film divertente. Tratta di adolescenti che si divertono a scandalizzare insegnanti, commessi di negozi e adulti in generale. Poi, certo, noi conosciamo il futuro di Jeff...

Seconda: il punto di vista del film è quello di Jeff. Su di lui dovremmo sintonizzarci. Dovremmo cercare di capirlo. Empatizzare con lui. Come? Grazie all'attore Ross Lynch, che compie un ottimo lavoro, senza mai andare fuori tono, senza sbavature. 

Terza caratteristica: è un film che in uno scaffale ipotetico potrebbe stare accanto a  Deadgirl, Snowtown Murders, o persino Elephant di Gus Van Sant. Storie in cui l'orrore nasce, più che da una psiche malata, da un vuoto culturale e sociale che la accentua e le fa da cassa di risonanza. In cui i giovani sono lasciati a se stessi, e nessuno li può salvare. 

Quarta: non ci sono efferatezze, o almeno non ce ne sono di visibili.

 


Siamo vicini pure a Carrie di Brian De Palma; forse l'accostamento tra un serial killer e la protagonista del romanzo di King sorprenderà qualcuno, ma il loro percorso da outcast all'esplosione (con la scena del ballo di fine anno che fa da snodo) è quantomeno parallelo.

 


Un certo cinema, purtroppo, ci ha abituati a considerare il serial killer come un totale stereotipo. Vogliamo che ci spaventi, che sia più intelligente e forte di un normale essere umano. Vogliamo che sia lupo, non uomo. E soprattutto vogliamo che faccia “cose da pazzi”. Come gli amici adolescenti di Jeff, anche noi sborsiamo volentieri trenta dollari per vederlo che digrigna i denti, che canticchia, che ride sguaiatamente e che si rotola per terra. Questo spettacolo ci distrae dalla nostra noiosa normalità. Ma un film che ci mostra uno dei serial killer più efferati come un essere umano, con le sue debolezze e le sue fragilità? Un ragazzo che capisce, durante il processo della crescita, di essere veramente “diverso” dagli altri? Quando l'abbiamo visto?

 


My friend Dahmer, dunque, è assolutamente da non perdere.

Perché Backderf e il regista Marc Meyers non intendono speculare su Dahmer, sulla sua sinistra notorietà, ma lo ritraggono come un essere umano. Un nostro simile.



scritto da: Andrea Berneschi, 30/06/2020


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