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"La strada" di Cormac McCarthy (recensione)!

Un uomo e suo figlio (non verranno mai chiamati per nome) viaggiano a piedi attraverso un mondo post-apocalittico trascinando in un carrello della spesa le poche cose che sono riusciti a racimolare. Sono molto attenti e guardinghi; soprattutto temono di incontrare altri loro simili. Mancando quasi del tutto le risorse alimentari, molti esseri umani sono pronti a uccidere per rubare un po' di cibo, o si dedicano direttamente al cannibalismo. 

 

Non ci sono più uccelli né animali domestici o selvatici, dal suolo non crescono più piante, forse non c'è vita nemmeno negli abissi del mare. Cos'è successo al mondo? Non lo sappiamo. Di certo il tramonto della civiltà è avvenuto per gradi. Molte città sono bruciate, il ferro è arrugginito, ovunque c'è cenere.

 

Si potrebbe pensare agli effetti di una guerra atomica; nell'edizione italiana uno degli antropofaghi indossa una “tuta antiradiazioni” ma in inglese è “biohazard suit”; più probabile che si tratti della difesa contro qualche epidemia, contro l'inquinamento o entrambe (il Covid19 ci ha insegnato che una cosa non esclude l'altra): anche i protagonisti indossano mascherine e appena possono ne fabbricano di nuove ritagliando vecchie lenzuola. 

 


L'uomo e il bambino non hanno un piano preciso, se non quello di “andare verso sud”; la loro principale preoccupazione è difendersi dal freddo, trovare del cibo e sfuggire ai predoni. Ma tra loro sopravvive un residuo di umanità.

 


È un libro in cui dopo le prime pagine si sprofonda, come in un incubo. Nelle pause dalla lettura tiriamo il fiato, e apprezziamo in modo inedito tutto quello che ci circonda, chiedendoci quanto durerà.

 


Il fatto che i protagonisti non abbiano nome, le città che attraversano non siano indicate,  e nemmeno ci sia una certezza sulle coordinate temporali (quanti anni ha il bambino? In che stagione siamo?) rende la loro storia un'allegoria. 

Allegoria di che cosa? Dell'essere padre, dell'essere responsabile, del prendersi cura di un altro essere umano. Dell'atto di accompagnarlo nella desolazione che è il mondo. Raccontandogli “vecchie storie di coraggio e giustizia”.

O forse della necessità di compiere una scelta etica, di non attraversare la vita solo come dei sacchi che hanno bisogno di essere riempiti di cibo. Il padre insegna al figlio (in modo semplicistico, ma per le condizioni in cui si trova è tutto quello che può fare; anzi, è un miracolo) che loro appartengono al gruppo dei “buoni”; quelli che schiavizzano, stuprano o mangiano altri esseri umani sono i “cattivi”.

Davvero la sopravvivenza è l'obbiettivo numero uno, da raggiungere a qualunque costo? Ogni lettore trarrà le sue considerazioni; sono proprio le scelte che compiamo quelle che ci definiscono.

 


Potrebbe essere un dramma o un romanzo di Samuel Beckett. Sicuramente è alta letteratura. Chi sta per cominciare a leggerlo si prepari a essere angosciato e a ricevere shock da alcune delle scene descritte, ma anche a fare i conti con una situazione estremamente realistica. Non è un videogioco sparatutto. Niente mostri mutanti, molti tempi morti, nessuna spiegazione. La vita, spesso, è così. 

 


Dopo Meridiano di sangue McCarthy torna alla rappresentazione dell'Orrore con la lettera maiuscola; stavolta non sceglie il passato ma il futuro. La strada nel 2006 ha vinto il James Tait Black Memorial Prize per la narrativa e il Premio Pulitzer nel 2007; John Hillcoat ne ha tratto il film The Road (2009).

È ormai inevitabile citare questo titolo quando si parla di eco-horror o di storie di sopravvivenza in condizioni estreme. Nella sua brevità e semplicità, si tratta di uno dei più bei libri post-apocalittici che siano stati mai scritti.



scritto da: Andrea Berneschi, 09/06/2020


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