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"Snowpiercer" (recensione)!

2014: il riscaldamento globale impazza. Nel tentativo di arrestarlo, viene rilasciato il CW-7, un agente chimico che raffredderà il pianeta. E funziona, fin troppo bene! La Terra diviene in breve una “snowball Earth” inabitabile, ed è ancora così quando il film comincia, diciotto anni dopo.

Qual è la soluzione? Magari un bunker sotterraneo vicino a una sorgente geotermica o nucleare? Troppo noioso: la soluzione dell’ingegnere e multimiliardario Wilford è unire l’utile al dilettevole. Il suo sogno da bambino, ci viene mostrato in un filmato di propaganda, era quello di “vivere per sempre su un treno”. Viene quindi costruito lo Snowpiercer, un avveniristico leviatano a sessanta carrozze che percorre l’intero pianeta in un anno su un’unica rotaia. 

Capirete già che Snowpiercer non è una pellicola distopica di quelle realistiche: l’intero scopo del film è presentarci un distillato delle magagne della società capitalista, tema caro al regista Bong Joon-Ho anche in Parasite, il film che gli è valso ben quattro premi Oscar.

 


Sullo Snowpiercer c’è tutto ciò che resta dell’umanità. In testa ci sono i ricchi, drogati e viziati passeggeri di prima classe, che vivono la loro esistenza in carrozze spaziose, mangiando sushi, carne e verdure. C’è la carrozza-allevamento, la carrozza-serra, la carrozza-piscina, la carrozza-ospedale, e persino la carrozza-discoteca! 

Nelle carrozze sul retro, si vive invece come ad Auschwitz, in camerate sovraffollate e sporche: il regno di coloro che, privi di biglietto, riuscirono ad abbordare lo Snowpiercer nei disperati momenti prima che il mondo congelasse. Generosamente, Wilford concesse loro di restare. I soprusi sono all’ordine del giorno: la minima disobbedienza è punita con “il buco”: gli arti del ribelle di turno sono tenuti esposti alle temperature estreme fuori dal treno fino al congelamento. I bambini dei passeggeri di coda vengono inspiegabilmente “selezionati” e portati in prima classe; l’unico cibo è un mattone proteico dal sapore disgustoso e dall’origine ignota. 

Nelle carrozze di mezzo, ci sono gli strumenti di controllo che separano ricchi e poveri: il carcere, l’impianto di produzione dei mattoni proteici e dell’acqua, e le caserme dei gendarmi. 

 


Facciamo la conoscenza del protagonista Curtis, interpretato da Chris Evans: come in ogni rivoluzione che si rispetti, c’è bisogno di un capo, e Curtis, eroe riluttante nell’assumere il ruolo di guida, non si fermerà dinanzi a nulla per raggiungere la testa del treno e abbattere Wilford. Evans interpreta un personaggio tormentato, moralmente ambiguo e sfaccettato, ben lontano dai monodimensionali Capitan America e Torcia Umana, i suoi ruoli più famosi. 

La chiave – letteralmente – di tutto è un prigioniero: il junkie Namgoong (Song Kang-ho), il costruttore dei sistemi di sicurezza del treno. Liberare lui dalla carrozza-carcere è il primo obiettivo dei nostri rivoltosi, ma naturalmente, lungo il cammino la situazione diventerà via via sempre più complicata…

 


Questo film ha tutto: scene d’azione al cardiopalma, combattimenti semplici e brutali all’arma bianca e con armi da fuoco. Estetiche dieselpunk da anni venti del ‘900, con i ricchi che sembrano usciti dagli anni ruggenti del Grande Gatsby e i poveri che sarebbero a loro agio in una fabbrica fordista di chapliniana memoria. Tilda Swinton che mangia lo schermo ogni volta che è in scena, interpretando ciò che le riesce meglio: antagonisti androgini. Un’alternanza spasmodica tra scene splatter e surreali: come dice Wilford “vivere sul treno è più facile, se si ha un certo grado di pazzia!”.

E poi c’è la critica al capitalismo: lo Snowpiercer è la nostra società, una macchina lanciata a centinaia di metri al secondo che non può fermarsi, nemmeno quando là fuori il mondo è in rovina per le nostre azioni (“La sacra locomotiva non si fermerà mai!”, gridano l’insegnante e gli alunni indottrinati della carrozza-scuola elementare). Nell’era del Covid-19, in cui due miseri mesi di rallentamento sono bastati a far quasi implodere l’economia – e un altro lockdown è considerato impensabile, eretico, anche in caso di risalita dei contagi – la metafora del treno lanciato a rotta di collo è quanto mai azzeccata.

Il treno è una bolla, un ambiente artificiale a misura non dell’Uomo, ma di UN uomo, il magnate Wilford, che proprio come i multimiliardari del mondo reale, modella il creato secondo i propri desideri, senza certo chiedere il parere del resto della società (“Noi siamo il cappello e voi siete le scarpe” dice Mason, serva fanatica di Wilford, ai poveri delle carrozze in coda. “Mettereste mai le scarpe sulla testa? Certo che no. Le scarpe vanno ai piedi. Imparate qual è il vostro posto, restate al vostro posto”).

Traduzione: questo non solo è il modo in cui sono le cose, ma anche il modo in cui dovrebbero essere. “There is no alternative”, diceva la Thatcher. L’ascensore sociale è controllato da chi sta al piano superiore, per “diritto di nascita” (il tipo di biglietto – o l’assenza dello stesso – col quale un passeggero è salito diciotto anni prima, un marchio che si estende anche ai suoi discendenti).I nostri eroi proletari naturalmente non sono proprio d’accordo, e, guidati da Curtis, dovranno compiere una scelta: ereditare l’ordine del mondo o distruggerlo? La rivoluzione è un modo per spezzare il sistema, o il sistema ha trovato il modo di incorporare la rivoluzione stessa nelle sue grinfie, affinchè tutto cambi senza che nulla cambi davvero? 

 


Se devo trovare difetti in questo film, devo impegnarmi e guardare bene con la lente d’ingrandimento. Avrei apprezzato un taglio più realistico dell’ecosistema del treno (insomma, il lato “hard sci-fi” che il film avrebbe facilmente potuto avere). Mi sarebbe piaciuto vedere una maggiore profondità per i pur tanti personaggi secondari, che alla fine restano solo macchie di colore sullo sfondo. Ci sono anche un paio di momenti – che non spoilererò – in cui fanno capolino elementi ambiguamente sovrannaturali, che sarebbe stato meglio tagliare o spiegare altrimenti, perché stonano decisamente con tutto il resto dell’opera.   



scritto da: Luca Guiso, 23/05/2020


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