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"Header" di Edward Lee (recensione)!

È possibile scrivere un articolo su Header che sia privo di spoiler, che metta in evidenza le particolarità di questo romanzo e stabilisca se stiamo parlando di una scontata e banale apologia del sadismo o di intrattenimento intelligente, di letteratura di serie B o di alto esperimento stilistico, e in definitiva faccia capire al potenziale lettore se è pane per i suoi denti?

Non c'è un modo solo, per farlo: ce ne sono tanti.

 

 

1) In negativo: fornire controindicazioni. Va detto subito, le tematiche affrontate dall'autore sono estreme. Si tratta di un prodotto per adulti, e nemmeno per tutti. Se guardando le scene di un film horror che virano verso lo splatter vi sentite male, se la vista del sangue vi fa svenire, meglio che passiate ad un altro romanzo. 

 

 

2) Ancora in negativo: se siete appassionati di torture porn, se godete alla vista di corpi umani indifesi che vengono squartati, se andate a caccia di stereotipi da cinema di consumo, fidatevi: questo libro non è nemmeno per voi. Tra le sue pagine non c'è alcun dialogo cazzuto, nessun personaggio è un “vincente” o può essere definito come “buono” o “cattivo”, nessuno ha “quello che si merita” e non c'è assolutamente nessun riferimento a una presunta “morale tradizionale”, grandissimi imbecilli che non siete altro. Anzi.

 

 

3) Dissipare gli equivoci. “Se scrivi solo per scioccare il lettore, il tuo lavoro farà schifo” dice chiaramente l'autore in un'intervista su youtube. “Un vero autore deve saper usare bene gli strumenti del mestiere”.

 

 

4) Elogio della mimesi. Lee dimostra una grande capacità nella narrare un ambiente degradato e i personaggi che lo abitano. Nel ricreare il linguaggio, il modo di vedere e di pensare di una comunità di redneck “delle colline”. Un luogo abbandonato da Dio e dal governo americano, dove il 40% della popolazione è composta da disoccupati. Che si consolano distillando clandestinamente liquori, mangiando salsiccia di procione, tortino di opossum, hamburger di topo muschiato. Sfornando figli in continuazione. E dedicandosi alle faide tra famiglie.

Certo, l'autore non vuole essere un nuovo Verga o Zola; a volte dal reportage sociologico scivola verso la parodia. Ma non esagera mai. I personaggi che rappresenta sono sempre e comunque degli esseri umani. Veri uomini e vere donne, non caricature. Non possiamo mai guardarli dall'alto in basso; non c'è niente tra le loro pulsioni o nella loro psiche che non sia anche dentro di noi. 

 

 

5) Horror impegnato? Sì e no. Header è un romanzo scritto soprattutto per divertire e provocare, ma proprio l'assenza di facili moralismi può spingere il lettore a fare un paio di riflessioni. Su come basti dire a certe persone che un comportamento sia “giusto” o risalga “alle nostre tradizioni” o sia “scritto nella Bibbia” per sbloccare ogni freno inibitore. Su come sia labile il confine tra il “desiderio di una giusta vendetta” e la volontà di sfogarsi su qualcuno, chiunque sia. 

 

 

6) Horror come social skill. Una storia horror estrema è quella che potete usare. Siete seduti a una tavolata tra persone che vi vedono per la prima volta e dai loro discorsi capite che vi stanno subito sulle scatole? Decidete di rovinare la cena? Bene. Se avete letto Header potreste raccontare come per caso che pochi giorni fa avete parlato un vostro vecchio zio e che avete scoperto una strana tradizione che riguarda la vostra famiglia...

 

 

7) Horror come sfida, come agonismo. Qual è la storia più pesante che conoscete o riuscite a immaginare? Aver letto questo romanzo vi aiuterà a primeggiare in questo tipo di competizioni. Ma in generale, aver letto tutte le storie di Edward Lee.

È proprio lui che ha fatto alzare l'asticella.



scritto da: Emiliano Alterini, 17/04/2020


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