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"The End? L'inferno fuori" (recensione)

Claudio Verona (Alessandro Roja, il Dandi della serie Romanzo Criminale) è un manager che inizia la sua giornata lavorativa prendendo un ascensore; questo però si blocca tra due piani. Chiuso nella cabina, scoprirà presto che il guasto potrebbe essere l'ultimo dei suoi problemi: la città di Roma è preda di una terribile epidemia, portatrice di sangue e violenza come nella migliore tradizione. E gli infetti che tentano di forzare le porte metalliche dell'ascensore non vogliono certo portarlo in salvo...

 


Cosa si può chiedere a un horror italiano, oggi?

 

 

La cosa più importante, direi, è che funzioni come film di genere. Ossia che faccia (almeno un po') paura. Forse non ci aspettiamo di sentire il battito del nostro cuore che accelera, o quella strana inquietudine che rimane addosso tutta la sera, e ci impedisce di prendere sonno. Quelle, parlo a titolo personale, erano sensazioni mie di spettatore quindicenne, venticinque anni fa; è difficile sentirle tornare. Beh, un buon horror mi trasmette ancora, comunque, un certo senso di stupore. Mi mette un po' in allerta. Ogni tanto ho la fortuna di imbattermi in quello che si dice “un film che inchioda lo spettatore alla sedia”: per tutta la sua durata non mi distraggo, sono concentrato su quello che succede sullo schermo, immagino che piega possa prendere la trama, faccio congetture. E a volte, se le immagini sono disturbanti e originali al punto giusto, un leggero shock lo sento.

 

 

La seconda cosa che si può e che si deve chiedere a un horror italiano è che non sia una copia senza fantasia dei modelli che vengono dall'estero.

 

La terza è il realismo. Altro che crisi creativa: dopo le serie tv di Sollima, dopo registi che sfornano un capolavoro dopo l'altro (ognuno ha i suoi preferiti; citerò almeno Virzì, Garrone, Sorrentino, Luchetti, Mainetti) siamo abituati molto bene (forse perfino troppo). Vogliamo storie complesse, dialoghi non stereotipati, esseri umani rappresentati in modo credibile, non burattini da fiction tv.

 


The End? L'inferno fuori, esordio alla regia del trentatreenne Daniele Misischia, riesce a soddisfare in pieno questi tre requisiti. 

 


Rispetta alla perfezione le regole fondamentali del genere horror, e lo fa mantenendo un taglio originale.

Mentre scopre che il mondo fuori dall'ascensore è impazzito, il manager Claudio Verona ha reazioni più che credibili. Passa gradualmente dall'inconsapevolezza allo shock estremo (il momento in cui vede i primi infetti è uno dei migliori del film), alla paura, all'accettazione, finché diventa spietato e attento unicamente alla propria sopravvivenza. A questo proposito va sottolineata la bravura del protagonista Alessandro Roja, calato nel ruolo non di un cinico e perverso sociopatico (così sembrerebbe, da alcune recensioni che ho letto) ma in quello di un uomo come tanti, con molti difetti e qualche pregio, che ha la sfortuna di trovarsi dove il tessuto della cosiddetta normalità si squarcia, di vedere in faccia l'Orrore. 

 

 

Trucco, effetti speciali e sonoro sono ottimi: più che il modello romeriano conta qui a mio parere quello di Sam Raimi, in particolare dei primi film della serie Evil Dead; c'è lo stesso gusto dell'estremo, dell'orripilante, la stessa voglia di prendere sul serio gli infetti e rendere le scene in cui compaiono il più crude possibili, al limite del sostenibile. 

 

 

La tensione regge per tutto il film. Pochi i momenti in cui si alleggerisce, sullo sfondo  resta sempre, non ci scordiamo mai del pericolo che incombe sulla capitale.

Ben dosati ed efficaci i jump scare (tre o quattro in tutto, e vanno nel segno). Ma The End? non deve la sua efficacia a questi trucchetti; dove eccelle è soprattutto nel realismo delle scene.

 

 

Nonostante la situazione sia tipica (più che l'invasione di zombie, un'epidemia alla 28 giorni dopo) durante il film la sospensione di incredulità non viene meno, tanto sono "veri" i dialoghi e le scene. Faccio esempi che possono risultare banali, giusto per rendere l'idea: se un personaggio digita un messaggio sul telefonino, scrive all'inizio delle parole sbagliate, e il T9 le corregge. Se usa per la prima volta un'arma, non lo fa nel migliore dei modi possibili. Se urla per il terrore, non sembra un attore impegnato in una prova di bravura, e non ha paura di apparire un po' ridicolo: tutti gli esseri umani, in quelle situazioni, sembrano un po' ridicoli, e a volte non c'è niente di più comico della tragedia. Se spara a distanza ravvicinata a qualcuno, gli schizzi di sangue gli arrivano addosso in un certo modo. Mettete insieme centinaia di particolari del genere: il risultato è che non si pensa tanto di vedere un film, ma che quella che ci scorre davanti agli occhi sia una storia reale. E tutto questo senza bisogno di ricorrere all'espediente del found footage.

 


Cosa manca? Niente, in realtà. Ci sarebbe piaciuto un sottotesto sociologico e politico più marcato, e il finale, anche se è buono e coerente, ce lo immaginavamo diverso. Ma sono solo ombre, gusti personali, desideri da spettatore viziato.

 

 

The End? L'inferno fuori è un horror di buon livello, teso, crudo ed efficace. Il sangue scorre nella giusta quantità e lo spettatore non si annoia mai.

 


 De vedere, possibilmente, al cinema.



scritto da: Andrea Berneschi, 18/08/2018


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