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"The Walking Dead" (recensione)!

Era l'Ottobre del 2003 quando uscì negli Stati Uniti il primo numero di The Walking Dead, serie a fumetti creata da Robert Kirkman, disegnata inizialmente da Tony Moore (numeri 1-6) e successivamente, fino ad oggi (al numero 176, dopo quindici anni la serie è ancora attiva e vitale) dall'ottimo Charlie Adlard. Si tratta di uno dei più bei fumetti che ci siano in circolazione, e ora vi spiegherò perché.

 


Prima è necessario fare una breve premessa.

Statisticamente i lettori del fumetto sono molto meno numerosi di quelli che hanno seguito la serie tv omonima (in onda dal 2010 sul canale AMC, giunta all'ottava stagione) o che almeno ne hanno visto delle puntate. Iniziamo subito col distinguere nettamente tra i due media dicendo che, anche se si ispira al fumetto originale, con il vero The Walking Dead la serie tv c'entra poco o niente. È vero: ci sono i personaggi principali, c'è l'ambientazione, tornano le maggiori svolte narrative. Ma non potrebbe trattarsi di due prodotti più diversi, in termini di atmosfera, ritmo e contenuti.

 

 

Confrontiamo il Rick Grimes dei fumetti con quello che vediamo sullo schermo interpretato da Andrew Lincoln. Il primo è una creatura tridimensionale e complessa che coraggiosamente supera pericoli, lutti e situazioni difficili, fino a ricostruire un pezzetto di civiltà umana in mezzo all'inferno. Il secondo spesso si rivela un  patetico frignone che ben si merita i meme che gli hanno dedicato (da solo o in coppia col figlio Carl), un uomo senza carattere che sopravvive più per caso che per le proprie capacità. Siamo stati troppo pesanti? Guardate questo video, e confrontatelo con la scena che gli corrisponde nel fumetto. Poi ne riparliamo.

 

 

Rick non è il solo personaggio che ha subito un forte appiattimento passando al formato televisivo: è successo anche ai migliori villain. Scorrendo le puntate della serie si ha a tratti l'impressione di assistere a una telenovela che solo incidentalmente si svolge nel mezzo di un'apocalisse zombie. Problemi di cuore, litigi tra amici, dilemmi morali, tutto quello che nel fumetto è realizzato alla perfezione per caratterizzare i personaggi e dare forti emozioni al lettore qui si trasforma in una melassa indigesta.

 

 

Dove hanno sbagliato? Strano pensare che tra gli sceneggiatori della serie figuri lo stesso Kirkman, e che sia diretta da Frank Darabont, quello di The Mist! Ci possono essere due spiegazioni. La prima è che, purtroppo, si è cercato di allungare il brodo per fare cassa. La seconda è che il prodotto televisivo sia stato studiato per un pubblico che non legge, che non ha mai aperto un libro o un fumetto in vita sua. Ecco dunque che venuta meno la complessità e l'ambiguità morale dei personaggi restano solo lo scheletro della trama, le faccine iper-espressive degli attori, un po' di splatter, effetti speciali vari.

 


Torniamo ora al fumetto.
Partendo da un inizio abbastanza convenzionale (l'uomo in coma che si risveglia dopo che l'epidemia zombie è già iniziata, come accade in 28 giorni dopo di Danny Boyle, del 2002) e da un'ambientazione non proprio originale (dopo i film cult di Romero, tutti quelli che sono seguiti, e poi libri, fumetti, videogiochi, etc.) Kirkman compie un miracolo: prosegue capitolo dopo capitolo per più di dieci anni, con costante qualità e coerenza, portando il lettore verso scenari sempre nuovi, verso il “mai visto prima”.

 


Iniziamo nell'immediato pre-catastrofe, con i personaggi che devono ancora rendersi conto di ciò che è accaduto, e che arrancano per la sopravvivenza immediata. Le campagne sono infestate da morti viventi: ancora peggio le città, che ne brulicano fino all'inverosimile. Scomparsa ogni legge e ogni forma di governo, individui con background diversi devono affrontare un mondo da incubo, in cui ogni altro essere umano che incontrano potrebbe essere il peggiore dei nemici. Non sono ammesse ingenuità, ognuno dovrà imparare a prendere decisioni scomode. Parte con un leggero vantaggio chi ha letto Machiavelli, chi sa usare qualche arma, chi possiede l'intelligenza sociale per fare gruppo con altri uomini e donne.

I personaggi che ce l'hanno fatta portano i segni di grandi trasformazioni, sia fisiche (molti perdono qualcosa nel loro aspetto: una mano, un occhio, una gamba, hanno mezza faccia bruciata), che soprattutto psicologiche. Alcuni cadono nel baratro della follia o si avvicinano pericolosamente all'orlo, altri reggono e trovano il sistema per restare “umani”.

 


Man mano che il tempo passa, gli zombie diventano un pericolo da niente rispetto alle nuove comunità di viventi, guidate da cattivi formidabili ognuno dei quali è dotato di un proprio carattere, di motivazioni valide, a volte perfino un'evoluzione morale.

Il Governatore, Negan, Alpha. Questi i tre più importanti. Ma ce ne sono molti altri che compaiono magari per pochi episodi, o in un solo numero, e lo stesso  restano impressi. E non manca nemmeno il Male che si può annidare dentro ogni comunità, anche quella che sembra perfetta, e dentro ognuno di noi.

Con la scusa di raccontare il mondo sconvolto dall'epidemia degli zombie, è del nostro mondo che The Walking Dead parla. Dei problemi morali che tutti i giorni ci troviamo davanti.

 


Cosa tiene insieme un gruppo di persone? Come lo si può guidare verso la sopravvivenza? Come fare in modo che uomini e donne superino le proprie limitazioni, la rabbia, le frustrazioni, e risolvano i conflitti nel modo giusto? 

Chi far entrare nel nostro clan, chi lasciare fuori? 

Come comportarsi con chi trasgredisce la legge? E con chi uccide?

Come si affrontano i lutti e il dolore?

E infine, come andare avanti quando tutte le speranze sembrano finite?

 


The Walking Dead non è un trattato di sociologia o di etica, e ci mancherebbe. Ma il nostro mondo così ricco di immagini, stimoli e simboli, non dedica ai temi sopra elencati (e ad altri che vi compaiono, l'elenco è ben lungi dall'essere completo) lo spazio che si meriterebbero. Tra i fumetti che trattano temi simili mi viene in mente Magico Vento di Gianfranco Manfredi, in cui il protagonista è soprattutto un mediatore tra il mondo dei visi pallidi e quello degli indiani.

 


Se qualcuno crede che dopo il tramonto della civiltà umana gli uomini spietati e forti soggiogheranno gli altri, e le donne verranno ridotte al rango di deboli creature da salvare o fascinose prede sessuali... se qualche lettore crede che il forte debba calpestare il più debole, e utilizza ogni giorno senza vergogna termini come Maschio Alfa, Vincente, Loser (questo è un po' fuori moda, per fortuna), etc... beh, effettivamente troverà in The Walking Dead alcuni personaggi che la pensano come lui. Si tratta dei cattivi, e di quelli meno carismatici.

 


Rick Grimes è il leader di una comunità composta da individui che faticosamente giorno dopo giorno si impegnano a dare il loro contributo per il benessere comune,  accettando le rispettive diversità e particolarità. Un gruppo che comprende bianchi, neri, minoranze etniche, omosessuali, vecchi e giovani, uomini e donne in forma fisica ottima o pessima, laureati e lavoratori insieme; si capisce che non si tratta di retorica, ma è questa l'immagine che ha Kirkman della parte migliore dell'America.

 


Considerando che i nostri politici hanno dei modelli di leader molto più primitivi di Rick Grimes (alcuni non sanno andare oltre il cliché dell'uomo forte, o del capo carismatico) ci sentiamo di dire che per loro specialmente The Walking Dead sarebbe una lettura molto molto utile.

 


La tensione palpabile, con dei picchi altissimi; il worldbuilding è affascinante, e sta alla pari con molti dei modelli post-apocalisse che più abbiamo amato, dal kinghiano L'ombra dello scorpione (tutti i cattivi, secondo me, hanno almeno un pezzetto di DNA in comune con Randall Flagg) a Mad Max al Pianeta delle scimmie dei film originali.

 

 

Si tratta in definitiva di un'opera che senza abbandonare la veste pop, rivela a una lettura attenta la qualità di un ottimo fumetto d'autore.

Stimolante per ogni tipo di lettore, indipendentemente dal livello culturale da cui parte.

Caldamente consigliata a tutti.



scritto da: Andrea Berneschi, 14/07/2018


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