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Un film dal cuore d'acciaio: "Lo chiamavano Jeeg Robot" (recensione)!

Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria) è un ladro di mezza tacca che per caso ha acquisito dei superpoteri. Lo Zingaro (Luca Marinelli) è un criminale di mezza tacca e un centimetro che lo vorrebbe sfruttare per entrare in un giro più grande. Alessia (Ilenia Pastorelli) è una ragazza disturbata, vittima di abusi e ossessionata da Jeeg robot d'acciaio, lo storico anime ideato da Go Nagai.

 

 

Gabriele Mainetti (già conosciuto per i due cortometraggi yamatofili Basette Tiger Boy) immerge questi tre personaggi nelle periferie di una Roma degradata, violenta e fin troppo realistica e sforna così uno dei film "di genere" più coinvolgenti che abbiamo avuto il piacere di vedere negli ultimi anni. Un film che potrebbe fare scuola. Al punto che, anche se non si tratta di horror vero e proprio, sentiamo quasi il dovere morale di recensirlo.

 

 

Iniziamo sgombrando il terreno da alcuni possibili equivoci. 

1)  Lo chiamavano Jeeg Robot non è un film per ragazzini. E' cupo, violento, ricco di scene disturbanti; siamo molto vicini al Tarantino di Le Iene. Non portateci i bambini delle elementari!

2)  Non si tratta di un tentativo furbo di sfruttare l'effetto nostalgia, né di un tributo ai cartoni di robot o ai film di supereroi. Non è neanche un tentativo (per fortuna) di copiare il modello americano di film supereroistico. E' un'opera del tutto originale.

3)  Non è bello "considerando che è un film italiano". Il successo internazionale non mancherà di certo, per questa creatura così poco provinciale e così tanto locale (italiana; di più, romana). Anzi, sta già arrivando.

4)  Non è un'opera di pura evasione. A ben guardare l'Italia che racconta, squallida, priva di credibili speranze, affogata dall'individualismo, eppure così umana e desiderosa di risollevarsi, è una bella rappresentazione del Paese in cui ci tocca vivere. E sarebbe riduttivo liquidare il dilemma morale che affrtonta il protagonista come un semplice stratagemma narrativo o un topos.

5)  Non è "tutta roba già vista"; è cinema d'azione che funziona senza sfruttare passivamente  i cliché tipici del genere, ma inventando soluzioni nuove. C'è una storia d'amore, ma è quantomai improbabile (eppure è ricca di pathos e anche di poesia). C'è un cattivo, ma più che un'icona del Male assoluto si tratta di uno stronzo come ce ne sono tanti, che ha anche dei lati simpatici. C'è un supereroe, ma è volutamente bolso e "limitato" socialmente.

 

 

Andate a vederlo al cinema, comprate il DVD, e troverete attori in stato di grazia (Santamaria ingrassato di 20 Kg per la parte, Marinelli bieco e zanardiano come non s'è mai visto, la rivelazione della Pastorelli, e non solo loro), che lasciano percepire sia quanto si sono impegnati sul set che quanto si sono divertiti. Apprezzerete il mix di ottime scene d'azione, divertimento, degrado, spavento e commozione, e anche la strepitosa colonna sonora (vedi per esempio questa cover). Uscirete dalla visione così soddisfatti che perdonerete senza sforzo i pochi, piccoli, difettucci che ha il film.

 

 

Perché il cinema italiano di genere, se vuole, può risorgere dalle proprie ceneri. E anche noi, se vogliamo, possiamo risorgere.

Non ci riescono forse i supereroi?



scritto da: Andrea Berneschi, 04/04/2016


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