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Un cast pazzesco, forse troppo: STONEHEARST ASYLUM (recensione)!

1899:  malattie mentali e violenti trattamenti psichiatrici nella gotica atmosfera di un nosocomio spettrale. Questi gli ingredienti di Stonehearst asylum, nono lavoro di Brad Anderson, già autore dell’ottimo L’uomo senza sonno. Il regista statunitense adatta per il cinema un racconto di Edgar Allan Poe, Il sistema del dr. Catrame e del prof. Piuma, sfornando una pellicola discreta ma che paga il prezzo dell’ambiziosità, e si piega su se stessa nell’esagerato epilogo.

 

Da Anderson non ci si possono che aspettare opere di un elevato valore tecnico-artistico, ma questa volta la produzione, che vede tra gli altri pure Mel Gibson, l'ha stuzzicato per tradirlo poi con un packaging e un cast decisamente troppo commerciale, andando così ad intaccare la poesia della sua estetica indipendente. Il cast è esattamente quello di un film che potrebbe sbancare al botteghino: Kate Beckinsale, bellissima quanto mediocre attrice, Michael Caine, qua giusto per portare gente al cinema, Ben Kingsley e Jim Sturgess (simpatica la parabola italiana quella di quest’ultimo che, dopo aver recitato ne La migliore offerta di Tornatore nel 2013, è tornato in Toscana per girare l’ultima barocchissima scena di questa pellicola).

 

Sarebbe interessante immaginare uno Stonehearst asylum modificato nei suoi comparti attoriali e di produzione: via la Beckinsale, Caine e Gibson! Sarebbe potuto essere uno dei film preferiti del sottoscritto. Oltretutto la presenza di nomi tanto ingombranti non viene giustificata da una performance tecnica di qualità superiore (lo stesso vale per Kinglsey).

 

Il racconto breve di Poe è stato multivitaminizzato, condito con pesanti elementi romantici (la storia d’amore rischia il patetismo) e risvolti decisamente ingombranti. Il finale tende ad archiviare le risposte ai numerosi enigmi in maniera superficiale nonostante i 112 minuti del film.  Bella la fotografia (incluse le fredde cromaticità care ad Anderson). Tra le altre pecche si fa notare una locandina brutta, quanto mai patinata e statica, degna di un film di Bryan Singer. Però vale una visione.



scritto da: LORENZO CENTENI ROMANI, 29/12/2014


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