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FEDERICO GRECO: intervista novembre 2010

Sgombriamo, prima di tutto, il campo da ogni dubbio. Ok, Federico Greco è un amico e negli ultimi tempi ho avuto la fortuna di poter collaborare con lui, quindi probabilmente non sono la persona più adatta a scrivere qualcosa di oggettivo. O almeno così si può pensare. Eppure, amicizia o no, credo che non ci siano molti dubbi sul fatto che Greco sia uno dei registi più sottovalutati del panorama horror (e non solo!) indipendente italiano. In qualsiasi altro paese infatti, sarebbe quasi sicuramente bastato girare Stanley and Us, il notevole documentario su Kubrick del 1999 e Road To L, il geniale mockumentary sull’ipotesi di un viaggio di H.P. Lovecraft in Italia, per vedersi spalancare le porte di produzioni in grado di mettere sul tavolo budget se non consistenti, per lo meno sufficienti. Non è andata così. Sia come sia, il Nostro è recentemente tornato sul set per girare un cortometraggio che ha ottenuto i finanziamenti del ministero e il riconoscimento di Interesse Culturale, cosa che è, diciamolo, piuttosto sorprendente per un horror. Noi ovviamente abbiamo approfittato dell’occasione per intervistarlo…

 

 

1)    Ciao Federico, grazie prima di tutto per aver accettato questa intervista. Sono trascorsi sei anni da quando tu e Roberto Leggio avete girato Road To L e tra gli appassionati, non solo di Lovecraft, ancora se ne parla. Sono molti infatti a considerarlo uno dei più interessanti film low budget girati in Italia nell’ultima decade. Eppure forse Road to L. non ha avuto il successo che meritava. Perché?

 

Bisognerebbe chiederlo a chi l’ha distribuito. Il giorno dell’uscita ufficiale del film in homevideo per la 01 e Rarovideo andai in un Blockbusters. Vidi alle spalle del commesso, dietro la cassa, pile di dvd di Road To L., ma alla risposta se fosse uscito e come mai non era sugli scaffali mi fu risposto che le copie (già confezionate!) erano arrivate senza bollino SIAE.

Non mi sembra serva aggiungere altro per descrivere l’approssimazione caratteristica dell’italianità più pura.

In quegli stessi giorni il film stava viaggiando in decine di festival internazionali, dall’Argentina a Israele, e io andavo a ritirare il Méliès d’Argento a Helsinki che stabiliva che il film era tra i migliori dieci horror d’Europa del 2005, dopo aver vinto il Fantafestival.

Il punto, come al solito, è che in Italia anche quando produttore e distributore coincidono, un film diverso non viene messo quasi mai nelle condizioni ottimali per verificare se ha serie potenzialità di vendita o meno.

 

2)     Da qualche parte ho letto che ci tieni a precisare che si tratta di un film “alla Lovecraft” più che un film “su Lovecraft”. E’ interessante perché fa pensare che l’immaginario di Lovecraft, possa risultare valido tanto in America quanto in Italia e questo spesso sembra sfuggire ai nostri produttori. Come vi venne in mente un’idea tanto geniale quanto ardita?

 

Da una parte, forse, perché ci sembrava di aver individuato quella prospettiva universale dei personaggi e delle storie di Lovecraft che le rende ambientabili ovunque a patto di non tradirne la natura.

Dall’altra perché eravamo degli ingenui. Solo dopo qualche anno mi resi conto quanto fosse stata difficile l’operazione che avevamo messo in piedi, sia dal punto di vista creativo che economico. In seguito quella naiveté l’ho persa e adesso che so quanto è complicato riuscire a farsi produrre un film ...

Dal punto di vista creativo, io e Roberto aspiravamo a trasportare sullo schermo le atmosfere e i personaggi di HPL, ma eravamo insoddisfatti di come era stato fatto dalle decine di registi che ci avevano preceduto. Percorremmo diverse strade durante i due lunghi anni della scrittura del soggetto.

Quando ci venne in mente l’idea del mockumentary tutto improvvisamente si illuminò. Col mockumentary si aprivano delle possibilità espressive che con la narrazione cinematografica classica erano precluse. In particolare credevamo che l’ambiguità irrisolta che il mockumentary crea in un film rispetto a ciò che è reale e ciò che non lo è fosse un ottimo strumento per generare la giusta suspanse di fondo. Se dobbiamo credere alle centinaia di commenti del pubblico e della stampa secondo i quali Road To L. è “uno dei film che più mi ha spaventato in vita mia”, significa che sì, è vero: si può fare paura senza versare una goccia di sangue.

E meno male, perché per me il sangue è davvero poco interessante. Così come è meno interessante un film porno rispetto a un film erotico.

 

3)     Su Road to L. hanno collaborato a vario titolo molti personaggi “illustri”, come Sebastiano Fusco, Gianfranco de Turris, Eraldo Baldini, Carlo Lucarelli… Come siete riusciti a coinvolgerli nel progetto?

 

Ancora me lo chiedo anche io, ma immagino che il motivo sia lo stesso che spinge attori molto famosi ad accettare film di genere e low budget (come mi è appena successo): siamo talmente circondati da idee stantie e confezionate nella plastica riciclata che appena si avvista all’orizzonte qualcosa di anche minimamente originale e nuovo, accettare di farne parte è ossigeno puro.

Inoltre sono tutti autori appassionati di Lovecraft e credo che per loro sia stato molto interessante essere coinvolti in un progetto simile. Quando parlammo la prima volta con Eraldo Baldini, ad esempio, non si sorprese dell’esistenza del manoscritto, perché lui stesso aveva sempre ritenuto Comacchio un luogo lovecraftiano per eccellenza.

L’unico “nome” che non ci è stato possibile coinvolgere è stato quello di Umberto Eco, che aveva frequentato per anni la Biblioteca Marciana dove Lovecraft sarebbe passato durante il suo viaggio.

 

4)     Prima di Road to L. avevi girato un documentario che aveva riscosso un discreto successo: Stanley and Us. Anche lì c’era di mezzo un’imponente figura, quella di Stanley Kubrick. Girare un documentario del genere deve essere stato piuttosto difficile e non solo per la necessità di trovare materiale inedito. Kubrick era appena morto e inoltre si correva anche il rischio di deludere le aspettative…

 

Perché ero ancora più ingenuo di sette anni dopo, quando realizzai Road To L.

Il discorso sul materiale inedito è interessante: su Kubrick tutto era inedito all’epoca, nessuno riusciva a intervistarlo, esistevano pochissime fotografie che lo ritraevano al lavoro o nella vita privata, era quasi impossibile parlare con la maggior parte dei suoi collaboratori. Proprio per questo: c’era ancora tanto da scoprire che anche una piccola cosa era oro.

Noi inoltre riuscimmo a realizzare quarantotto interviste, tra attori, colleghi, collaboratori, amici e parenti (alcuni dei quali non avevano mai rilasciato interviste su Stanley) e a guadagnarci la fiducia della famiglia Kubrick, che ha apprezzato il nostro lavoro e ci ha molto aiutato. Ancora oggi siamo in contatto con loro e collaboriamo a vario titolo.

Anche in quel caso, realizzare il classico “biopic” sul regista statunitense non ci sembrava interessante, sentivamo l’esigenza di affrontare l’argomento da una prospettiva più complessa e narrativa. Per questo “Stanley and Us” si ispira – anche nel titolo – al primo film di Michael Moore, “Roger and Me”. In entrambi i casi è la storia del tentativo di incontrare un personaggio pubblico e dei motivi che non lo rendono possibile. Paradossalmente, è proprio nelle pieghe di questa difficilissima ricerca che risiede la narrazione più interessante dell’oggetto invisibile indagato.

E sì, è stato molto, molto difficile. Lungo, estenuante e difficile. Per questo, quando sono iniziate ad arrivare, le prime soddisfazioni ci sono parse immense.

 

5)     Dopo il buon successo di “Liver” che è stato premiato in alcuni festival dedicati all’horror, sei adesso sul set per girare un nuovo cortometraggio davvero interessante, "Nuit Americhèn". Come è nato il progetto? 

 

Il cortometraggio (con Regina Orioli, GianMarco Tognazzi, Alberto Di Stasio, Fausto Sciarappa e Francesco Scimemi) nasce come episodio di un lungometraggio a più mani. Nel 2009 provammo a presentare il progetto al Ministero e, del tutto inaspettatamente, ottenemmo il finanziamento e il Riconoscimento di Interesse Culturale.

E’ da tempo che c’è nell’aria un formicolio di esordi più o meno interessanti nel cinema di genere e le circostanze hanno voluto che osservassi da vicino questo scenario inedito per l’Italia, dovuto a due fattori principali: la possibilità che le nuove tecnologie digitali offrono a chiunque di mettere in piedi progetti di corto e lungometraggi anche a zero budget; il revival del genere anni ’60-’80 inaugurato dal cinema di Tarantino.

Con Igor Maltagliati, il co-sceneggiatore del corto, ci siamo quindi divertiti a prendere in giro chi crede troppo e con eccessivo dilettantesco provincialismo citazionista, nell’horror-splatter-thriller-torture-zombie movie. Va da sé quindi che in “Nuit Americhèn” ci siano citazioni a secchiate, commistioni tra generi, dialoghi in Italian-English, teste mozzate e un po’ di eros.

E, ovviamente, anche la storia di una Scream Queen dilettante e molto sfortunata.

                                                                                                        

6)     Ma in Italia vale ancora la pena fare cortometraggi? Voglio dire, se si escludono alcuni festival, i cortometraggi non sembrano aver alcun tipo di mercato e in più i produttori non sembrano tenerli assolutamente in considerazione. Per lo meno non quelli che si occupano di cinema di “genere”...   

Fare un lungometraggio è una delle faccende concrete più complicate che possa capitare a una persona che sogna di farlo da una vita.

Se un cortometraggio può rivelarsi un modo per testare una squadra, farsi conoscere nei festival e dai produttori e non smettere di esercitarsi sul set, oltre che ovviamente per dire qualcosa di urgente, allora perché no?

                                                                                           

7)     Credi davvero che in quale modo si stia assistendo a una rinascita del cinema horror made in Italy? In effetti recentemente qualche bagliore all’orizzonte c’è stato...   

No, purtroppo. Soprattutto se per “cinema” si intende ciò che da sempre consideriamo “cinema”: cioè un prodotto con dignità di sala e capace di raccontare storie universali.

Se per “cinema horror” oggi intendiamo invece qualunque oggetto di cui la critica internettiana (incapace di selezionare con attenzione) si occupa quotidianamente, allora la rinascita è un vero e proprio tsunami.

Di solito gli tsunami si lasciano alle spalle un orizzonte di macerie.

                     

8)     Il mistero sembra essere una delle cose che t’interessano di più. Tra i tuoi progetti futuri c’è infatti Like Icke, (vedi box in questa pagina) una serie tv che si basa su enigmi e misteriosi fatti realmente accaduti in Italia e che tra l’altro mi vede coinvolto insieme a Danilo Arona. Lo chiedo per chi ci legge: a che punto è il progetto?

 

Sta cercando finanziatori. “Like Icke” è stato pensato per stuzzicare la curiosità di investitori nazionali e internazionali, oltre che perché la storia risponde in pieno alla mia necessità di esplorare le dinamiche della coscienza di personaggi che si trovano immersi in un intreccio più grande di loro quando l’intreccio ha a che fare con la manipolazione dell’informazione a fini di potere e su scala planetaria.

Buttata giù così, facile facile, pare impossibile anche a me riuscire non solo a venderlo ma anche a tirarci fuori qualcosa di comprensibile per il grande pubblico.

Ma se a ventisette anni avessi pensato che incontrare Stanley Kubrick – e raccontarlo – sarebbe stato impossibile (come chiunque mi diceva), probabilmente adesso non camperei del mio mestiere di regista e sceneggiatore e non avrei mai realizzato un documentario venduto in tutto il mondo su uno dei registi più interessanti e schivi di tutti i tempi.

 

 

 





scritto da: Francesco Cortonesi, 18/01/2013


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