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ROBERT ENGLUND: intervista dicembre 2008

Per noi è davvero un grande onore avere Robert Englund su Voci dal Profondo: il cinema dell'orrore raccontato dai protagonisti. 

L'intervista che segue è stata realizzata a Roma nella hall dell'hotel Valery nel dicembre del 2008.

 

Una cosa è certa: i  progetti familiari almeno sulla carta, non erano  questi.

Sia Kent Englund (ingegnere aeronautico svedese, noto in certi ambienti per aver fatto parte della Lockheed Aircraft e aver progettato l’aereo spia U2) che Janis McDonald, casalinga californiana politicamente impegnata, avevano in effetti ipotizzato per il loro unico figlio un futuro nel mondo dell’ingegneria e non certo in quello del cinema.

 

Figuriamoci infatti se si immaginavano che nel giro di pochissimo tempo, grazie a un misconosciuto regista di nome Wes Craven, quel loro unico figlio sarebbe diventato una sorta di divinità per i fan del cinema dell’orrore, rendendo tra l’altro la sua faccia, seppur sotto un abbondante strato di trucco, celebre quasi quanto i pop corn.

 

A dispetto delle aspettative dei genitori, Robert Barton Englund, nato a Glandale in California il 6 giugno del 1949, dopo aver frequentato la Glandale Hills High School e la Oakland University, decise di iscriversi alla Royal Academy of Dramatic Art e di intraprendere la carriera di attore. La scelta, nonostante i dubbi familiari, si dimostrò da subito felice, tanto che Englund riuscì velocemente a mantenersi gli studi e a guadagnarsi da vivere recitando in spettacoli off Brodway.

 

Il ruolo di Giuda nel musical Godspell gli permise inoltre di farsi notare e di ottenere nel 1974 la sua prima parte in un lungometraggio destinato al grande schermo. Il film era Buster and Billie e il Nostro, senza ancora esserne perfettamente cosciente, aveva appena fatto il salto verso il dorato mondo di Hollywood.

 

Da allora Englund ha interpretato oltre cento film, dato vita a innumerevoli personaggi, ma soprattutto  si è guadagnato un posto nella storia della paura non solo cinematografica. Impossibile infatti scindere del tutto Robert Englund dalla sua memorabile maschera e ridurre Freddy Krueger a semplice personaggio di celluloide, evitando così di considerarlo qualcosa di più, simbolo cioè dell’inquietudine di una generazione che, guarda caso,  ha visto nelle angosce partorite dal proprio inconscio uno dei pericoli più minacciosi per il proprio senso di esistere. Una generazione che ha finito per riconoscere in Freddy Krueger anche una sorta di amico immaginario, una figura ideale per esoricizzare l'atavica paura del buio.

 

Immagino quindi che, quando mi siedo su un divano dell’hotel Valery nel centro di Roma per intervistare Robert Englund sui due film girati in queste settimane in Italia ( uno da attore, Sinner, per la regia di Alessandro Perrella e uno da regista The Viji, tratto da un racconto di Gogol n.d.r)  sia proprio perché faccio parte di quella generazione che, per un attimo, mi viene voglia di abbracciarlo come si abbraccia un amico che s'incontra dopo tanto tempo invece che fargli domande sul suo lavoro.

 

Poi, in realtà, cordialmente gli stringo semplicemente la mano...

 

 F.C. ) Ciao Robert, prima di tutto ci tengo a dirti che per me è davvero un onore. Freddy Krugher mi ha così tanto spaventato da piccolo che adesso mi è quasi impossibile non essere un po' in soggezione, anche se spero di superare questa cosa nel corso dell’intervista. Dunque, riguardo a Sinner, ho letto la sceneggiatura del film qualche tempo fa e una cosa che ho trovato interessante è che c’era questo oscuro principe che subito mi ha rimandato a un personaggio che poteva interpretare Robert Englund perché mi ricordava molto una specie di Freddy Krugher fuori dall’incubo.

Hai avuto la stessa sensazione quando hai letto il copione…?

E’ stato anche questo che ti ha convinto ad accettare la parte?

 

R.E.) Apprezzo molto che tu abbia pensato a me come l’attore più giusto per la parte. La cosa che mi ha attratto nell’interpretare il principe non è stata solo l’opportunità di apparire elegante ed europeo nel film, ma anche l’avere a che fare con personaggi come la governante e il macellaio che sono molto difficili da identificare e non sono naturalmente inclini al male.

Alessandro (Perrella n.d.r.) è stato molto chiaro nelle indicazioni che mi ha dato, voleva infatti che io in un certo senso emanassi lo charme del principe. Sono stati principalmente questi gli elementi che mi hanno attratto nell’interpretare questo ruolo, a parte ovviamente la sfida nel fare un film europeo e il divertimento di giurare il film. Nel modo in cui la sceneggiatura è stata scritta non è chiaro fino alla fine chi è l’assassino e quali sono le motivazioni che hanno i personaggi. Un’altra cosa che mi è piaciuta particolarmente è il modo in cui il personaggio si evolve, che comincia piano piano a disintegrarsi e ad essere vittima delle sue nevrosi.

 

F.C.) C’ è un concetto molto interessante che ho letto nella sceneggiatura di Alessandro, tanto che abbiamo avuto spesso modo di parlarne. Intendo cioè quello del “cittadino americano in pericolo in un paese straniero”, che poi è il tema portato alla ribalta almeno inizialmente da Hostel. Con il tempo questa idea ha conquistato moltissimo gli spettatori tanto che non pochi sono i film usciti in sala che sfruttano questo concetto in un modo o nell’altro. Del resto è normale che sia così visto che in qualche modo va a toccare una paura contemporanea particolarmente sentita, quella cioè di non riuscire a sentirsi sicuri praticamente da nessuna parte. Quale idea hai riguardo a questo profonda insicurezza che ha in un certo senso cambiato la vita di tutti noi?

Nel caso di Rebecca, la protagonista del film ci può essere da parte dello spettatore un identificazione anche in tal senso?

 

R.E.) Beh, nel caso di Rebecca che poi è la protagonista del film, tutti noi spettatori tendiamo a identificarci con lei perché lei entra in un mondo che non conosce e quindi inevitabilmente ci sentiamo coinvolti. Del resto vediamo la villa, il “mondo” del principe, attraverso i suoi occhi. Il pubblico si sentirà un po’ come Alice nel paese delle Meraviglie. Riguardo alla paura post undici settembre, ovviamente è stato un grande shock nella psiche degli americani perché gli Stati Uniti non erano mai stati attaccati, a parte Pearl Harbour, e quindi il falso senso di sicurezza è stato minato da questo accadimento, perché molti americani avevano pensato solo a sé stessi. Il fatto che credono di vivere così lontano da tutto e da tutti è per loro sempre stato fonte di sicurezza come se il mondo finisse lì. Quello che è successo l’undici settembre ha quindi aperto le porte a nuove paure che prima non c’erano. E’ probabile che ci fosse nella testa di Alessandro un qualche riferimento a questo concetto, anche se sostanzialmente direi che lui lo vede più come una storia classica dell’horror, un thriller psicologico. La protagonista si confronta sostanzialmente con un personaggio che hai già visto tante volte con Charles Voje (??) Klaus Kinski o Vincent Price, protagonisti dei cosiddetti classici del genere.

 

F.C.) Possiamo quindi dire che il principe di Sinner si avvicina in qualche modo anche ad un altro personaggio classico che hai interpretato come il Fantasma dell’Opera?

 

R.E.) Non so, in realtà non credo di aver mai interpretato un personaggio come questo. Il Fantasma dell’Opera è ossessionato solamente dalla sua musica, mentre questo personaggio ha così tante nevrosi che probabilmente risalgono al fatto che in qualche modo deve difendere il nome della sua famiglia.

 

F.C.) Come ti sei preparato ad affrontare un personaggio come questo e soprattutto come ti sei preparato ad affrontare queste nevrosi?

 

R.E.) La prima volta che ho conosciuto Alessandro, qui a Roma, mi sono subito reso conto di avere molte cose in comune con lui, visto che avevamo gli stessi gusti e le stesse influenze cinematografiche. In realtà quindi non mi sono dovuto preparare molto per il ruolo perché la sceneggiatura è piuttosto esplicativa, il personaggio è così ben descritto, così dipinto che per me è stato solo necessario seguire le indicazioni della regia e quello che c’era sulla carta per arrivare a interpretare questo personaggio. Un po’ come fanno nella scuola inglese, dalla quale in un certo senso vengo, avendo cominciato con il teatro. Nel personaggio c’è il classico elemento froidiano che mostra una persona “danneggiata” e questa è una cosa che mi ha interessato molto.

 

F.C) Come ti sei trovato sul set di Alessandro?

 

R.E.) Ho impiegato una settimana, forse qualcosa meno, quattro giorni, per comprendere il modo di dirigere di Alessandro e per capire esattamente cosa mi chiedeva. Del resto le troupe del mondo sono tutte uguali, sono grandi famiglie che fanno cinema allo stesso modo, e ho comunque dovuto tenere conto del fatto che Alessandro è anche un montatore e quindi stava gia montando il film nella sua testa. Quando sono riuscito a capire che Alessandro stava girando il film e montandolo contemporaneamente nella sua testa, sono riuscito ad entrare nel suo ordine di idee e dopo qualche giorno anche ad “anticipare” le mosse di Alessandro, riuscire a fare cioè cose che mi avrebbe sicuramente suggerito di lì a pochi minuti. Ad un certo punto Alessandro ha cominciato a darmi un sacco di cose divertenti da fare anche se essendo molto impegnato sul set in verità ci dicevamo molto poco. L’ultima notte però,  Alessandro mi ha dato una indicazione molto utile riguardo al personaggio, peccato che sia arrivata solo alla fine. Comunque ci siamo integrati perfettamente, credo che abbiamo visto il film con gli stessi occhi e c’è stato come un abbraccio simbolico tra noi due durante la lavorazione di Sinner.

 

F.C.) Tornando all’idea “classica” di questo film a cui facevamo riferimento prima, avete quindi cercato di dare allo spettatore una storia diversa da quelle che spesso si vedono negli ultimi tempi al cinema. Mi pare di capire che avete puntato molto su uno sviluppo narrativo ben definito e strutturato…

 

R.E.) Si senza alcun dubbio. Quando mi mandarono la sceneggiatura, la lessi due volta e chiamai chi mi aveva contattato dicendogli appunto che se il regista fosse riuscito a cogliere questo aspetto, allora avremmo avuto senza dubbio tra le mani un prodotto vincente. Si tratta di una sceneggiatura con un’idea piuttosto chiara…

 

F.C.) Immagino però che questa sia anche una grossa scommessa, visto che forse il pubblico non è più abituato alle storie così classiche…

 

R.E.) No, in questo caso non credo che sia una grossa scommessa, perché il film di Alessandro ha un inizio e una fine estremamente scioccanti e il pubblico starà dall’inizio alla fine ad aspettarsi un colpo di scena. Quando questo colpo di scena arriverà, allora sarà giunto alla fine del film, perché Alessandro ha strutturato la storia facendo pensare allo spettatore che dietro ogni porta ci sia il colpo di scena e al momento in cui arriva veramente l’effetto scioccante, tu sei arrivato alla fine del film e non te ne sei neppure accorto. C’è inoltre un elemento che compare spesso anche nel cinema di Wes Craven e che è quello che le sue donne sono tutte molto forti, Rebecca, la protagonista, in questo caso cresce fino a diventare un vero e proprio animale, una selvaggia che per difendersi tira fuori una parte di sé che neppure sa di avere. Il suo personaggio compie quindi un grande arco.

 

F.C.) Molto interessante. Sono davvero curioso di vedere questo film quando uscirà al cinema. Senti Robert, Alessandro ha anche la fama di far fare cose piuttosto pesanti ai suoi attori, l’ultima volta durante le riprese di Hells Fever ha girato con temperature quasi proibitive. Ti è capitato per caso durante la lavorazione di fare una scena particolarmente difficile o dura?

 

R.E.) C’erano in effetti scene del film che mi preoccupavano come attore, in particolare c’era un monologo molto lungo. C’è poi da dire che quando lavori con un’attrice molto giovane e fai scene piuttosto violente devi fare molta attenzione. La scena che ricordo come piuttosto pericolosa è comunque quella in cui io vengo accoltellato. Non mi ero infatti accorto che stavo strusciando il ginocchio destro sul pavimento e alla fine delle riprese, ne abbiamo fatte dieci, ero a pezzi, perché tra l’altro essendo un ex surfista ho tutti i problemi che hanno gli ex surfisti, ovvero i legamenti.

 

F.C.) Tornado alla storia, so che quella di Sinner oltre che classica è anche una storia piuttosto universale, fuori dagli schemi della tipica storia ambientata in Italia.

 

R.E.) Si esatto. Del resto senza dubbio sono le storie universali che vanno raccontate, Nuovo Cinema Paradiso ad esempio che guarda caso è un film italiano è un’opera che ha fatto dire a molti filmkaer americani “ecco questa è una storia che potrebbe capitare a me!”. Mi ricordo che quando facevo l’università uscivano tanti film italiani, molti di più di quanti ne escono oggi. Mia madre in particolare, era innamorata di Vittorio Gasman e voleva sempre andare a vedere tutti i suoi film. Se poi pensiamo a quello che per me è il più grande filmaker di tutti i tempi, Frank Capra, di origini siciliane, ci rendiamo conto di quanto sia importante quello che il cinema italiano ha da dare al mondo.

 

A questo punto mi viene detto che Robert ha solo dieci minuti di tempo ancora,

 

F.C.) Puoi dirmi qualcosa su Viji il film che hai girato in Italia in questo periodo?

 

R.E.) : The Viji è liberamente ispirato al celebre racconto di Gogol e racconta la storia di un piccolo villaggio che non sappiamo quanto sia reale, ma che simboleggia l’umanità. Ogni elemento all’interno di questo piccolo villaggio ha un suo corrispettivo molto più grande nel mondo. L’uomo è qui costretto a confrontarsi con le sue paure proprio come nell’america di Bush fino a pochi giorni fa…

 

F.C.)  Si tratta quindi di un film che rilegge in modo metaforico i nostri tempi…

 

R.E.) Esattamente. Questo villaggio rappresenta tutta l’umanità tanto che lo abbiamo fatto utilizzando un cast internazionale, anche se poi le scene le abbiamo girate in Italia.

 

F.C.) Una curiosità: nel racconto di Gogol, sul finale, viene dette che il filosofo muore perché ha avuto paura, perché non è riuscito a superare il timore e alla fine ha creduto a quanto la paura mostrava. Questa cosa fa molto Nightmare. Hai mantenuto questo concetto nel finale del film?

 

R.E.) C’è per prima cosa da dire che nel film il protagonista non è più un filosofo, ma un prete che ha perso la fede e gli abbiamo anche cambiato nome, perché in origine il personaggio si chiamava Coma, ma essendo questo un termine medico in inglese non era possibile utilizzarlo. Nella storia di Gogol la storia della strega è raccontata da dei preti che stanno intorno a un tavolo. Nella sceneggiatura del mio film invece, Sasha, il prete è il protagonista e vediamo tutto attraverso i suoi occhi. Il villaggio non è poi in una epoca ben precisa, ma in una specie di “ieri senza tempo”.

 

F.C.) Una cosa che mi incuriosisce riguardo alla trasposizione che hai fatto è che nel racconto di Gogol la fede è ovviamente ortodossa e quindi c’è già un’idea ben delineata a riguardo. Hai tu mantenuto quel tipo di idea e lavorato quindi sfruttando i concetti principali della fede ortodossa o hai usato una tua idea di fede?

 

R.E.) Il protagonista del film è ortodosso, proprio come lo sono tutti gli altri preti del film, però in questo caso la fede della quale si parla nel film è l’amore, che è la chiave di volta di questa storia in particolare. Io credo che quando ami sia molto più facile amare il prossimo, il genere umano tutto e non solo la persona che ami e che ti sta accanto. Io sono cresciuto in una famiglia protestante, ma con il tempo ho perso il mio interesse verso le religioni, in effetti però riacquisto questo interesse quando sono solo in macchina, sto guidando, vado molto veloce e piove, allora mi appello a Dio da qualche parte nella mia testa. Sono inoltre particolarmente attratto dall’architettura delle chiese sulle quali entro sempre anche se non da fedele, ma semplicemente da curioso e turista.

 

F.C:) Sono convinto che ci sia sempre un lato oscuro in ogni storia d’amore, vorrei sapere se anche in The Viji c’è un lato oscuro nel concetto di amore di cui hai appena parlato?

 

R.E.) Nella sceneggiatura la protagonista del film è una donna che ha subito una maledizione e questa maledizione l’ha trasformata in una strega, una strega che si chiama Babaroga, proprio come quella della tradizione ucraina e quindi vive questa doppia vita sempre, quella cioè di giovane donna bellissima della quale si innamora il prete, e dall’altra è una megera, una strega che fa paura e che ha un aspetto mostruoso. Il Viji, l’essere cioè che l’ha trasformata in  questa megera, in realtà la vorrebbe per sé stesso, anche perché questo gli permetterebbe di tornare nel purgatorio da dove è venuto e da dove è stato esiliato. Per tornare gli serve infatti l’anima di questa donna, quindi senza dubbio anche nel mio caso c’è un lato oscuro. Inoltre Alina, la protagonista della mia storia ha sognato che verrà un giorno un prete a salvarla, che è poi un concetto piuttosto tradizionale nelle ragazze di oggi che sognano il principe azzurro…

 

Vorrei fare altre domande, ma purtroppo vengono a dirmi che il taxi di Robert Englund è arrivato. Giusto il tempo dei saluti, una foto ricordo, un paio di autografi e un abbraccio con l’augurio di rivedersi di nuovo per la prima dei due film. Lo accompagno fuori e chissà perché improvvisamente realizzo chiaramente (come se fino a quel momento non ci avessi ancora pensato) che quello che sta salendo in macchina è Freddy Krueger. Allora non posso fare a meno di restare un istante a fissare il taxi che si insinua nel traffico di Roma e a immaginare il più classico degli incubi per un appassionato di cinema dell'orrore. Quello cioè che vede il taxi prendere all'improvviso i colori del terribile maglione a strisce e sentire, un secondo dopo, alcune lame solleticarmi la gola...

 

 





scritto da: Francesco Cortonesi, 10/12/2012


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